Strada ancora in salita per la web tax

L'Ue divisa, dubbi su come tassare. Juncker: "L'intesa si farà"

Se qualcuno crede ancora nella capacità dell'Unione europea di saper trovare un punto di saldatura laddove lo scollamento tra i Paesi membri è palese, allora ha ragione Jean-Claude Juncker quando sostiene che sulla web tax «si troverà un accordo». A guardare gli schieramenti in campo, qualche dubbio è invece lecito nutrirlo. Soprattutto se l'intento è quello - dichiarato - di raggiungere entro la riunione Ecofin di dicembre un'intesa di massima.

Le contrapposizioni esistenti sono solari: da una parte ci sono Italia, Francia, Germania e Spagna che, spalleggiate da una decina di alleati, intendono regolare al più presto i conti col passato e tassare i giganti del web; dall'altra, il fronte dei contrari capeggiato dall'Irlanda (cui evidentemente i 13 miliardi di imposte non versate da Apple, secondo la stima dell'Antitrust Ue, non sono motivo sufficiente per cambiare idea), cui si aggiunge l'avversione di Cipro, la freddezza della Svezia e lo scetticismo di Olanda e Lussemburgo, quest'ultimi due Paesi - assieme a Dublino - pizzicati dall'autorità sulla concorrenza per gli accordi fiscali assai vantaggiosi e in violazione delle regole sugli aiuti di Stato di cui hanno beneficiato grandi multinazionali (comprese quelle digitali).

Questa scacchiera non rende certo facile stabilire un punto di conciliazione. Anche perché i precedenti in materia fiscale, dove occorre l'unanimità per cambiare le regole, non sono incoraggianti. Basti ricordare che fine ha fatto la Tobin tax nonostante la cosiddetta «cooperazione rafforzata», l'opzione ora rilanciata dal leader italiano, Paolo Gentiloni, per superare le resistenza degli oppositori alla web tax. Juncker, d'altra parte, cercherà di tenere il più possibile compatto il fronte dei Ventisette, proprio per non dare l'idea di un'Europa sempre più lacerata in un momento delicato sotto il profilo politico per il Vecchio continente.

Ma non sono solo le divisioni a rendere impervia la strada. La parte tecnica è al momento fondata su un unico pilastro: le grandi corporation non devono assoggettarsi solo al regime fiscale del Paese in cui hanno sede legale. Sul resto, non c'è nulla di definito. Vanno tassati i profitti, impresa ardua, oppure - come chiesto da Italia, Spagna, Francia e Germania - va definita un'imposta sulla base del fatturato?

Insomma: per colossi come Amazon, Google, Facebook o E-Bay, finora maestri dell'elusione fiscale grazie all'interessato laissez-faire di qualche nazione, forse non è ancora giunto il momento di tremare.