Telecom, l'assemblea salva il cda

Sembrava una combattuta assemblea di condominio quella fiume di Telecom che si è tenuta ieri a Rozzano, alle porte di Milano. Quasi dieci ore finite con palla di nuovo al centro.
Come previsto, la revoca del consiglio d'amministrazione non è passata, ma i voti favorevoli hanno fatto registrare un ampio consenso. Infatti, sul 54,2% del capitale intervenuto all'assemblea (record storico), il 42,3% ha votato per la revoca del cda, che però resta in carica grazie al 50,3% contrario e al 7,4% di astenuti. In altri termini, ha votato contro il 22,9% del capitale, a favore il 27,2 (il 22,4% rappresentato dalla holding Telco e il 4,8% di altri investitori). Dunque, Telco vince ma per un pelo: se il primo azionista si fosse astenuto, lasciando il campo agli investitori istituzionali, il 22,9% del capitale contrario al cda si sarebbe imposto sul 4,8%. Tuttavia la mozione di revoca non sarebbe comunque passata, essendo necessario il 50% più uno dei presenti in assemblea. Per questo da oggi in Telecom anche le minoranze dovranno essere maggiormente considerate. E si andrà verso un cambiamento della governance come promesso anche da Patuano. Ieri l'assemblea ha votato anche l'aumento di capitale al servizio del convertendo, giudicato però da Marco Fossati, promotore dell'assemblea, un voto viziato da conflitto di interessi.
Del resto, nonostante le accese discussioni, le posizioni dei contendenti in assemblea sono rimaste inalterate. Da un lato Fossati, che ha il 5% del capitale, resta convinto del conflitto di interessi tra il cda della società e Telefonica che ha acquisito la maggioranza di Telco. Dall'altra l'ad Marco Patuano che rivendica, invece, la sua autonomia e l'aver riportato il titolo a 0,70 euro di valore dallo 0,50 dove era precipitato in settembre per merito, ha detto, di un piano industriale chiaro. Ma quella dell'ex monopolista è una lunga telenovela. Telecom paga le colpe della politica a partire dalla cattiva privatizzazione e i tanti passaggi societari, oltre a quelle di una cattiva gestione. A favore della tesi di Fossati ci sono le ultime mosse di Telecom. Ossia l'accelerazione impressa alla vendita dell'Argentina dove Telefonica era in palese conflitto e l'emissione del prestito convertendo assegnato, con quota generosa a Blackrock. Il fondo è infatti anche il secondo azionista di Telecom e ieri, astenendosi dal voto, ha favorito Telco e la stessa Telefonica. Il risultato è che Consob sta indagando sulla questione e alla fine arriverà probabilmente, a Telecom, una sanzione. Sulla pista dell'accordo occulto tra i soci italiani di Telco (Intesa, Generali e Mediobanca) per favorire l'ascesa di Telefonica, c'è anche la Procura di Roma che ha sentito come persona informata dei fatti l'ex presidente Franco Bernabè specificando, però, che non ci sono indagati per il reato di «ostacolo alla vigilanza». Sulla vicenda e intervenuto anche il premier Enrico Letta per ribadire che il governo, più volte invocato dai sindacati al fine di tutelare l'occupazione, vuole restare neutrale.
Certo è che ora, per Telefonica, vendere la controllata brasiliana Tim Brasil, in conflitto di interessi con la sua Vivo, sarà davvero difficile. Quanto a Fossati ha spiegato di voler proporre «un cambio di statuto da portare all'assemblea di aprile per arrivare a una public company corretta e democratica». Ieri, inoltre, l'assemblea non è riuscita nominare i due consiglieri a integrazione del cda, bocciando quelli proposti da Telco, Stefania Bariatti e Angelo Tantazzi, in sostituzione di Bernabè e Catania. Mentre Fossati, proposto da due soci, si è detto «indisponibile». Il cda rimane composto da 11 membri perché gli altri due, gli spagnoli César Alierta e Julio Linares, non sarebbero stati comunque sostituiti, causa le dimissioni troppo recenti.