Tim, Elliott chiede altro tempo ai soci

Il fondo Usa, in rotta di collisione con il governo, si difende dalle accuse di Vivendi

Resa dei conti solo rimandata in Tim dove si preannuncia un nuovo scontro al vertice per la governance del gruppo. E, questa volta, a Palazzo Chigi c'è un nuovo inquilino rispetto a quello che, lo scorso 4 maggio, ha appoggiato il ribaltone guidato dall'inedita partnership tra il fondo Elliott (all'8,8% del capitale) e la Cassa Depositi & Prestiti (al 4,9%). Un'alleanza che è riuscita a mandare in minoranza Vivendi, socio al 23,9% del capitale. Ma potrebbe non essere finita qui.

Ieri il cda ha parlato di 5G dando «ampio» mandato al management di partecipare all'asta per le frequenze a cui hanno partecipato, secondo quanto comunicato in serata dal Mise, anche Iliad, Fastweb, Wind 3, e Vodafone per complessivi 2,48 miliardi. In seguito al board i 13 consiglieri indipendenti si sono poi riuniti in un incontro informale per aggiornarsi sull'attività dell'azienda. Nessun accenno alle dimissioni dell'ad Amos Genish, ipotizzate dal mercato che vede in corsa alla poltrona, tra gli altri, Luigi Gubitosi. La resa dei conti tuttavia è solo rinviata: il cda del 24 settembre deciderà la data della assemblea convocata per decidere sui revisori. L'appuntamento con i soci potrebbe segnare una svolta negli equilibri dei soci anche in seguito al governo di Giuseppe Conte, insediatosi lo scorso 1° giungo.

Un cambiamento di scenario che non è passato sottotraccia in Via Negri a Milano o che non è passato n Via Negri dove gli azionisti si rimpallano le responsibilità sulla caduta libera del titolo. Tim in effetti, che ieri ha chiuso a 0,544 euro (+2,8%), dal cambio al timone della scorsa primavera ha lasciato sul campo il 36% circa del suo valore.

Ieri Elliott ha rispedito al mittente le accuse di una «gestione disastrosa» della società formulate, lo scorso 5 settembre, da Vivendi. Più in dettaglio il fondo Usa ha invitato gli azionisti a dare tempo al nuovo cda per portare avanti il piano, sottolineando poi come Genish, il direttore finanziario Piergiorgio Peluso e numerosi top manager siano gli stessi dell'era francese, ma soprattutto come «ad oggi, il cda non abbia adottato nessuno dei suggerimenti proposti, seguendo invece il piano tracciato proprio da Vivendi». Il comunicato stampa del fondo ha poi concluso rivendicando il fatto che e «Elliott non controlli il consiglio di Tim». Di fatto il fondo Paul Singer vorrebbe porsi solo come un semplice azionista che si adopera a suggerire le modalità per migliorare le performance titolo e in questa posizione, commentano fonti vicine al fondo, non può sussistere alcuna preoccupazione di fronte alle posizioni del nuovo governo né della nuova gestione della Cdp oggi in capo a Fabrizio Palermo.

Non sfugge tuttavia il fulmineo stop del vice premier Luigi Di Maio all'avvio delle procedure di messa in vendita dei cavi sottomarini di Sparkle. Una mossa annunciata dal presidente del gruppo Fulvio Conti dagli spalti di Cernobbio. «Non permetteremo che si venda Sparkle» ha risposto, a stretto giro di posta, Di Maio. Un'operazione cara ad Elliott che l'aveva inserita tra le «possibile operazioni che un management indipendente proporrebbe perseguire per raddoppiare il valore del titolo nel giro di due anni». In questo scenario Arnaud de Puyfontaine, ad di Vivendi e consigliere in Tim, non ha perso l'occasione per strizzare l'occhio a Palazzo Chigi: «Sparkle non si deve vendere, perché strategica per l'Italia». Che si stia preparando il terreno per un nuovo coup de théâtre? Vivendi ne avrebbe tutto l'interesse: ha scommesso su Tim 3,89 miliardi e sta perdendo la metà di quanto investito nel gruppo italiano.