Tim, parte la caccia al voto dei soci

Elliott alla guerra delle deleghe per il ribaltone anti-Vivendi. Le forze in campo

Mai come questa volta a decidere la sorte di Telecom Italia saranno gli oltre 480mila azionisti, in gran parte individuali, iscritti nel libro soci dell'ex monopolista. Il gruppo tlc ha ufficialmente convocato i soci in assemblea il 24 aprile, dove è atteso lo scontro tra Vivendi - primo azionista del con il 23,9% del capitale - e il fondo attivista Elliott, che la prossima settimana potrebbe ufficializzare a Consob il superamento del 5%. Insomma quella che si prospetta nei prossimi 40 giorni è una proxy fight, una guerra delle deleghe, con i due avversari impegnati a conquistare il favore di istituzionali e soci retail. Perché l'obiettivo di Elliott è quello di provocare un ribaltone nel cda di Tim. Quanto prima - la normativa prevede dieci giorni dall'avviso di convocazione dell'assemblea, appunto depositato ieri, e il possesso di una quota azionaria di almeno il 2,5% - gli americani dovrebbero infatti spedire al presidente di Tim, Arnaud de Puyfontaine, una richiesta di integrazione dell'ordine del giorno ben chiara: la revoca dei cinque consiglieri non indipendenti sui dieci nominati nella lista di Vivendi, quindi dello stesso de Puyfontaine, che è anche ad di Vivendi, e dell'ad Amos Genish, che venerdì ha incontrato i vertici di Elliott a Londra. La motivazione di Elliott? I potenziali conflitti di interesse tra il gruppo francese di cui Vincent Bolloré è presidente e Tim; una situazione che - secondo il fondo di Paul Singer - limiterebbe il potenziale del gruppo italiano. Elliott vuole quindi trasformare Tim in una public company, puntando alla quotazione sia della rete sia di Sparkle. Da parte sua la linea di comando di Tim confida invece naturalmente nella bontà del nuovo piano industriale.

L'esito dello scontro in assemblea non è però per nulla scontato. L'azionariato di Tim è frammentato con il 58% del capitale in mano ai fondi esteri (tra cui le ultime comunicazioni Consob risalenti alla scorsa estate annoveravano Blackrock al 4,9% e Jp Morgan al 3,7%); il 3,78% ai fondi italiani e il 13,18% ai piccoli azionisti. In pratica, se si rispettassero le ultime medie di presenza assembleare, al fondo di Singer basterebbe convincere la metà dei fondi presenti del gruppo tlc, aggregando un ulteriore 25% del capitale, per guidare il ribaltone e mandare in minoranza Vivendi.

Già nell'ultima assemblea per il rinnovo del cda, alla presenza del 58% del capitale, Vivendi aveva vinto sul filo di lana con uno scarto limitato allo 0,3% rispetto alla lista di Assogestioni. Nel 2016, presente il 56% del capitale, la lista dell'allora socio di riferimento (Telco) aveva addirittura raccolto meno voti in assemblea rispetto ai nomi proposti da Assogestioni con uno scarto del 4,8 per cento. Tra i consulenti di Elliot pare figurino Vitale e Georgeson, mentre Vivendi si potrebbe avvalere di Sodali.

Al momento l'ordine del giorno dell'assemblea prevede l'approvazione dei conti e la nomina dell'ad Amos Genish in cda, dopo la cooptazione seguita all'uscita di Flavio Cattaneo. Ma la Borsa già scommette sulla guerra: il titolo Tim in una settimana ha guadagnato il 15%, anche se Genish avrebbe tentato un approccio conciliante con Elliott, sottolineando a Bloomberg di essere «allineato con Vivendi» ma «di non rappresentarla».

Nel frattempo martedì i sindacati incontreranno i vertici di Telecom per discutere del piano industriale e degli esuberi. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha invece inviato negli ultimi giorni due lettere a Genish, chiedendo chiarimenti urgenti sui tagli ai contratti economici con i fornitori di servizi.