«Trattati come una municipalizzata»

Ben 4,5 miliardi di euro versati al Monte tramite gli aumenti di capitale e soli 165 milioni di dividendi incassati. E, soprattutto, l'intero 33,5% detenuto nella banca conferitaria in pegno agli istituti creditori. È questo l'amaro bilancio di missione del presidente uscente della Fondazione Mps, Gabriello Mancini. Lunedì si riunirà la nuova deputazione generale e gli enti locali dovrebbero (salvo rinvio post-Palio) individuare il nuovo numero uno.
Mancini ha voluto ribadire - con una conferenza stampa - alla comunità senese (ma anche ai vertici nazionali del Pd) di non sentirsi responsabile della difficile situazione dell'istituto di credito e della sua controllante. Anzi, per il momento, non sono in cantiere nuove cessioni di quote Mps.
Mancini, infatti, ha difeso il proprio operato anche nei confronti dell'amministrazione comunale, guidata dal sindaco renziano Bruno Valentini, che in più di un'occasione non ha risparmiato critiche nei confronti di Palazzo Sansedoni. E così il presidente ha stigmatizzato le dichiarazioni del primo cittadino secondo il quale ci sarebbero investitori esteri disposti ad acquisire una partecipazione nella banca, magari proprio dalla Fondazione. «Le cose prima si fanno poi si dicono, io avrei agito in modo diverso e sarei stato zitto», ha detto.
Anche il provveditore (direttore generale) della Fondazione, Claudio Pieri, ha escluso qualsiasi trattativa. «Non c'è stato nessun contatto e credo non ce ne saranno fino a quando non saranno chiusi i contatti tra Roma e Bruxelles», ha replicato riferendosi al piano di ristrutturazione di Mps sotto esame della Commissione europea. Il dg ha ribadito che la Fondazione non ha intenzione «di vendere nessuna quota in questo momento: ora l'obiettivo è la salvaguardia del patrimonio». Anche Pieri si è tolto un sassolino dalla scarpa nei confronti di Valentini. «Per trattare bisogna disporre delle azioni. Sono dati sensibili e ci possono essere anche degli aspetti penali», ha affermato.
Ma la parte più drammatica ha riguardato l'excursus di Mancini sugli ultimi quattro anni di gestione. «Le scelte della Fondazione sono state effettuate su dati poi risultati falsi e in adesione a un'interpretazione rigida del controllo della banca», ha evidenziato. «Siamo stati traditi e ingannati», ha aggiunto.
In pratica, Mancini ha messo in atto «in buona fede» gli indirizzi programmatici del Comune e della Provincia di Siena (fino a ieri soci di «maggioranza» dell'ente) che prevedevano il mantenimento del 51% della banca e che talvolta «hanno considerato la Fondazione come una municipalizzata». E, in occasione della ricapitalizzazione del 2011, si è affidato alle stime contenute nel piano industriale che nascondevano lo stato di estrema tensione finanziaria dell'istituto che già dal 2010 era stato oggetto delle ispezioni di Bankitalia. Partecipare a quella operazione, ha sottolineato Mancini, «era ineludibile» anche «per le pressioni a livello nazionale, come quelle del ministero dell'Economia (allora guidato da Giulio Tremonti, ndr) per l'impossibilità di non aderire così a ridosso dall'annuncio pena il rischio di farlo fallire». Un'allusione, neanche tanto velata, al fatto che la salvezza del Monte fosse necessaria alla sottoscrizione dei titoli di Stato in quell'infausto 2011.