Trump alla Fed: «Folle alzare i tassi»

Il presidente mette in guardia contro la frenata dell'economia». Powell non cederà

Rodolfo Parietti

«È incredibile che con un dollaro molto forte e praticamente senza inflazione, con il mondo che esplode intorno a noi, Parigi messa a fuoco e la Cina in crisi, la Fed possa solo pensare a un nuovo aumento dei tassi di interesse». È l'ennesimo altolà di Donald Trump rivolto, via Twitter, a Jerome Powell. Rispetto ai cinguettii avvelenati delle ultime settimane, contrappuntati dal mea culpa presidenziale sulla scelta del successore di Janet Yellen («Me ne pento») e dalle accuse di impazzimento della banca centrale, questa volta il tycoon cerca di far leva su un contesto macroeconomico molto più perturbato di qualche settimana fa. Ma è difficile che ciò basti a far recedere domani il Fomc (il braccio operativo di politica monetaria) da una stretta, la quarta del 2018, che sembra già decisa da tempo. Venire incontro ai desiderata della Casa Bianca sarebbe, peraltro, una prova di totale assoggettamento dopo il primo segnale di cedimento dato da Powell il mese scorso, quando aveva affermato che i tassi sono vicino al punto di neutralità. Le Borse assistono disorientate al duello Trump-Fed, con i listini europei in calo (-1,15% Milano) e Wall Street giù dell'1,6% a un'ora dalla chiusura.

Eppure, se è vero che la banca centrale Usa calibra le proprie decisioni sulla base dei dati economici, dal vertice di domani dovrebbero arrivare forti indicazioni che nel 2019 la rotta verrà cambiata. A meno che la Fed continui a ragionare sulla base di una crescita che quest'anno dovrebbe aggirarsi sul 3,2% e sulla situazione di quasi piena occupazione, qualche campanello dall'allarme deve essere arrivato ai piani alti di Eccles Building. L'ultimo è la picchiata in dicembre dell'indice manifatturiero di New York, uno dei principali barometri sullo stato di salute del Paese, sceso in un sol colpo di ben 12,4 in dicembre a quota 10,9. Inoltre, mentre le aspettative di inflazione sono crollate complice il calo dei prezzi del petrolio, c'è tutto il versante (dolente) che rimanda alle attività finanziarie. Wall Street è già entrata in territorio di correzione (-10% dall'ultimo picco), le banche hanno perso circa il 15% del proprio valore da ottobre e la scorsa settimana i fondi hanno dovuto sopportare riscatti da parte dei clienti per un controvalore di 2,5 miliardi. Peter Navarro ha attribuito ieri proprio ai ripetuti giri di vite ai tassi i cali dell'azionariato, ma l'opinione del consigliere «falco» in campo commerciale di The Donald è condivisa da molti. Il mercato prevede infatti solo un 1% di aumento dei tassi nel 2019 e prevede il taglio di un punto percentuale nel 2020. Un sondaggio di Wells Fargo e Gallup rivela che il 61% degli investitori interpellati, contro il 46% in maggio, sostiene che la Fed non dovrebbe continuare ad aumentare il costo del denaro. Inoltre, nel sondaggio relativo al quarto trimestre, solo l'11% degli investitori descrive l'economia Usa come «booming», in forte espansione, ma un altro 50% la giudica «solida». Per il 39% del campione è invece «debole». C'è poi un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal da Kevin Warsh, il più giovane ad avere messo piede nel board della Fed all'epoca di Ben Bernanke, e dal leggendario investitore Stanley Druckenmiller, che è fin dal titolo una dichiarazione d'intenti: «Stretta Fed? Non ora». Per Warsh e Druckenmiller, la nuova leadership della Fed «ha a che fare con la sfida più difficile dagli choc al sistema finanziario nel 2007-2008. Merita pazienza, non censura». Ma il tempo stringe e alla Fed è consigliato di rompere col vecchio regime. Ma non solo. Secondo gli autori, è anche il momento di «mettere fine alla stretta sulla liquidità».