Tutto pronto per il QE di Draghi Ma l'incognita sono le banche

Ormai ci siamo: domani, in trasferta a Cipro, la Bce svelerà nel dettaglio i meccanismi del piano di acquisto di titoli. Del quantitative easing in salsa europea, deciso dopo un interminabile tira e molla con l'ala dura dell'Eurotower, si conosce già a grandi linee l'impalcatura centrale: 60 miliardi di shopping ogni mese, dal marzo 2015 al settembre 2016. In realtà, la durata del programma, finalizzato a riportare l'inflazione il più vicino possibile al target del 2%, è teoricamente illimitata. Gli acquisti saranno inoltre proporzionali alle quote detenute nel capitale della Bce (l'Italia ne possiede il 12,3%) e avranno un doppio limite: non potranno superare il 33% del debito di ciascun emittente e il 25% di ogni singola emissione. Scarsa la condivisione del rischio, per l'80% sulle spalle delle banche centrali nazionali.

Da Mario Draghi, che ieri ha ribadito come le misure adottate renderanno «meno costoso per imprese e famiglie l'accesso al finanziamento», ci si aspetta la data in cui partirà il QE (verosimilmente tra il 9 e il 15 marzo) e come saranno ripartiti gli acquisti, che dovrebbero riguardare bond sovrani per almeno 45 miliardi. Ma dal numero uno della Bce potrebbero anche arrivare conferme sulla possibilità che il programma sia reso più flessibile nella parte relativa al vincolo del 25% e soprattutto nella scelta su quali titoli comprare. Ciò per evitare che il bazooka si riveli un'arma caricata a salve. Un po' come sta succedendo per gli acquisti di covered bond e Abs, che dopo tre mesi dalla partenza hanno superato - complessivamente - appena i 50 miliardi di euro. Il rischio di un flop, seppur non preso in considerazione dal vicepresidente, Victor Constancio («È infondato») non va trascurato. Il pericolo, infatti, è che la Bce non riesca a “rastrellare“ titoli sufficienti per rendere davvero efficace il QE. Dalla Germania, i fondi pensione e le assicurazioni hanno già fatto sapere che non venderanno. Un rifiuto che dipende solo in parte dalla quota obbligatoria di bond che devono mantenere in portafoglio. L'altro motivo, quello principale, è legato alla forbice di rendimento tra i titoli di qualche anno fa e quelli attuali. Ciò vale anche per le banche italiane. Chi, infatti, può avere oggi interesse a liberarsi di un Btp decennale acquistato quando lo spread viaggiava sopra i 500 punti e che rende il 2,5% in più rispetto ai tassi odierni? Gli analisti di Morgan Stanley hanno infatti calcolato che l'utile netto sul portafoglio di titoli di Stato come i Btp può toccare il 3%. Per le banche italiane i bond sovrani rappresentano in media il 17% degli asset totali, un dato quasi doppio rispetto alla media dell'eurozona. Un'esposizione spiegabile anche con l'alto livello di sofferenze, che ha reso i nostri istituti estremamente prudenti nella concessione di prestiti, abbassandone ulteriormente il profilo di rischio. Così, anche in caso di cessione dei titoli alla Bce, non è certo che il ricavato venga poi dirottato verso famiglie e imprese.