Unicredit, Ghizzoni ridisegna il «Bancone»

L’amministratore delegato Federico Ghizzoni si appresta a ridisegnare lo scheletro organizzativo di Unicredit, cancellando definitivamente o comunque alleggerendo ancora l’impronta data alla banca dal predecessore Alessandro Profumo. Il progetto, che può essere interpretato come la fase due del «Bancone» lanciato a fine 2009, sarà annunciato a luglio.
A meno di imprevisti, la ristrutturazione punterà tutto sulle «Aree geografiche», a partire da Italia, Germania, Austria ed Est Europa. Il passo significherà accantonare la matrice divisionale che ancora sopravvive in Piazza Cordusio, con i presidi dedicati al retail, al corporate e al private banking. «Abbiamo deciso di ripensare l’organizzazione del gruppo. Faremo un annuncio a breve», ha detto ieri Ghizzoni, soffermandosi sulla necessità di imprimere «snellezza ai processi interni» della superbanca.
Il cantiere per la «semplificazione» procede speditamente, ha aggiunto il banchiere che sta lavorando in prima persona al progetto; tra gli advsor tradizionalmente attivi col gruppo c’è McKinsey. La ristrutturazione, ha aggiunto Ghizzoni, ha l’obiettivo di «appiattire il gruppo», facendo di Unicredit una banca «locale e internazionale allo stesso tempo». In pratica, Piazza Cordusio si doterà di una struttura più adatta alla crisi internazionale, che ha costretto il gruppo a una severa pulizia di bilancio: l’esercizio 2011 si è chiuso con 9,2 miliardi di perdite dopo 10,3 miliardi di svalutazioni. Ieri, in Piazza Affari, Unicredit ha perso il 4,26% penalizzata, come l’intero settore, dall’incubo della Spagna e dalla corsa degli spread.
La nuova Unicredit darà ora «più autonomia alle realtà locali», così da ottenere un «maggior controllo dei costi e risposte più rapide alla clientela». Il cambio di passo sarà applicato sia in Italia, dove il country chairmam è Gabriele Piccini, sia nelle province estere. Resta da capire, invece, se ci saranno ricadute in termini di personale, anche se al momento non sembrano previsti esuberi aggiuntivi rispetto ai 5mila contenuti nel piano industriale al 2015. La direzione appare tuttavia chiara: Unicredit ha 160mila dipendenti, di cui 60mila non hanno contatti diretti con i clienti, ha notato Ghizzoni: «Abbiamo gente che ha voglia di lavorare, ma bisogna semplificare», anche per dare ai dipendenti la possibilità di lavorare in modo più efficiente.
Ghizzoni ha confermato il «forte» impegno in Italia: «Sono convinto che si possa tornare a un elevato livello di servizio, di qualità e di redditività, i primi numeri del 2012 sono incoraggianti». Le banche devono, però, diventare più selettive nei confronti delle imprese, «sostenendo le aziende che meritano e lasciando chiudere quelle che non ce la fanno». Quanto all’estero, ci saranno investimenti mirati, con «aperture di filiali in aree a grandi crescita, come l’Asia». A partire dalla Cina.