Unicredit, italiani più forti: Del Vecchio supera il 2%

Leonardo Del Vecchio ha aumentato la sua partecipazione in Unicredit al 2,005% per cento dall'1,4% denunciato dallo stesso Del Vecchio in occasione dell'assemblea degli azionisti di Piazza Cordusio. Il patron di Luxottica ha approfittato dei recenti ribassi del titolo (ieri -0,93% a 2,558 euro) per puntare ancora sulla banca guidata da Federico Ghizzoni.
Il punto, tuttavia, è un altro. Dopo l'ingresso ufficiale di Pamplona, che grazie al collar con Deutsche Bank è salito al 5%, si stanno definendo nuovi equilibri nella compagine societaria. Innanzitutto, va ricordato che il peso «specifico» delle Fondazioni (guidate da Crt e CariVerona) è rimasto immutato al 12,2% circa, mentre gli azionisti stranieri rilevanti con l'entrée del fondo di Alex Knaster sono ormai prossimi al 25 per cento.
La sproporzione è parzialmente compensata dai soci privati italiani (oltre a Del Vecchio ci sono anche Maramotti, Della Valle, Caltagirone, Pesenti e il gruppo De Agostini) che tutti insieme hanno raggranellato un 5,7 per cento (attorno al quale gravita anche l'1,78% dei cashes Mediobanca). Se Mister Luxottica tiene alta la bandiera dell'italianità, va altresì ricordato che considerare soci privati e Fondazioni come due facce della stessa medaglia è un po' azzardato. Basti pensare a Generali con l'uscita di Perissinotto.
Certo, l'aumento della quota di Del Vecchio non ha sortito nelle Fondazioni lo stesso effetto provocato da Pamplona (il cui ingresso ha determinato le rimostranze del vicepresidente e uomo forte di Crt, Fabrizio Palenzona). Anzi, rende ancora più compatto il fronte favorevole al mantenimento dello status quo in cda. Fronte che si oppone alle pretese della Libia (5,4% tra banca centrale e Lia) che, dopo le prime elezioni libere post-Gheddafi, pretende una cadrega. «Il consiglio è stato appena eletto, non si può pensare di modificarlo da un giorno all'altro», dice il presidente di una Fondazione. Il 5,4% libico, in virtù della tradizionale vicinanza tra Italia e Tripoli, potrebbe però essere decisivo per rovesciare i rapporti di forza.
Interessi convergenti, ma contingenti. Ecco perché quel 12,2% delle Fondazioni ha una derivata principale: il rafforzamento dell'ad Federico Ghizzoni, sempre più simile al Ceo di una grande public company americana che non deve rispondere all'azionista di riferimento (come il suo predecessore Profumo) ma a una platea di soci che osservano solo i risultati, con un'ingerenza assai limitata nelle scelte strategiche.
Scelte strategiche di cui ieri sono stati resi noti alcuni dettagli in riferimento al nuovo piano di riorganizzazione. La nuova struttura commerciale italiana, operativa dal primo gennaio, sarà organizzata in sette regioni (Nord Ovest, Lombardia, Nord Est, Centro Nord, Centro, Sud, Sicilia) guidate da altrettanti manager che coordineranno 77 aree commerciali distribuite capillarmente su tutta la Penisola. Queste ultime gestiranno una rete costituita di punti vendita specializzati: Distretti famiglie e piccole imprese (fino a 5 milioni di fatturato) e Centri corporate. «Saranno vere e proprie banche del territorio», ha detto il country chairman Italia Gabriele Piccini cui riporterà tutta l'organizzazione su delega dell'ad Ghizzoni, mentre al dg Roberto Nicastro restano la supervisione strategica e la responsabilità di Austria e Centro-Est Europa.