Da Unicredit maxipulizia anti-crisi

Gli ispettori della Bce hanno appena iniziato a setacciare i conti delle principali banche europee, ma Federico Ghizzoni anticipa tutti, ripulendo subito a fondo il bilancio di Unicredit. Il costo è elevato: Piazza Cordusio ha denunciato una perdita di 14 miliardi, la maggiore della storia, dopo svalutazioni e accantonamenti sui crediti per 13,7 miliardi (+46,8%), di cui 9,3 miliardi solo nell'ultimo trimestre. Sono le macerie lasciate da questi sette anni di crisi, che Ghizzoni ha deciso di rimuovere tutte insieme per «voltare pagina». Il tasso di copertura è così salito al 52%, tra i migliori d'Europa, riportando Unicredit alla situazione del 2008. Il dividendo sarà pagato in azioni o, su richiesta, 10 centesimi cash.
Il dato politico, tuttavia, è un altro, perché la «grande pulizia» di Piazza Cordusio - che ha svalutato tutto, comprese le garanzie immobiliari sopra al milione - è stata necessaria soprattutto per l'agonia in cui versano le famiglie e le imprese della Penisola. Unicredit ha infatti azzerato l'avviamento in Italia, così come quello in Austria; ma ora il governo Renzi, anziché impantanarsi nelle quote rosa della legge elettorale, deve fare qualcosa a beneficio di un'economia ormai carponi.
Il nuovo piano industriale - approvato ieri dal consiglio insieme al bilancio - prevede comunque 2 miliardi di utile già quest'anno, per salire a 6,6 miliardi nel 2018, a fronte di un ritorno sul capitale tangibile (Rote) del 13% e di una solidità patrimoniale del 10 per cento. Sono obiettivi «molto sfidanti ma alla nostra portata», ha detto Ghizzoni, mentre in Borsa il titolo Unicredit strappava al rialzo del 6,2%, promosso dagli analisti di Mediobanca e di Hammer Partners, malgrado l'attesa fosse di utili per 400 milioni.
Le svalutazioni si accompagnano alla bad bank «ibrida» che Ghizzoni ha creato dentro a Unicredit, concentrandovi 800mila clienti e 87 miliardi di crediti lordi non core, di cui però soltanto il 67% definitivamente deteriorati e ora affidati alle cure di 1.100 addetti. «È inutile stare a parlare di bad bank “si” o “no”. Bisogna affrontare la situazione di petto e noi abbiamo deciso di farlo», ha sottolineato il banchiere.
La spending review dell'istituto passa invece da tagli di costi per 1,3 miliardi, a partire dall'efficientamento della rete e dal prepensionamento di altri 8.500 adetti, di cui la gran parte in Italia: 5.700 uscite tramite il Fondo esuberi, da concordare con i sindacati dopo lo stop della Riforma Fornero. Acida la reazione dei sindacati: «In un'azienda normale quando si dichiara il 10% di esuberi del personale, il primo atto sarebbero le dimissioni del top management», ha attaccato il segretario della Uilca, Massimo Masi.
«Riteniamo assurdo e inaccettabile quanto prospettato da Unicredit», ha aggiunto Mauro Morelli per la Fabi. Le uscite accompagnano il modello di filiale «multicanale» da poco avviato da Unicredit, che investirà 4,5 miliardi sia per procedere alla digitalizzazione del resto dell'Europa sia per crescere nei Paesi più promettenti. I ricavi aumenteranno del 5% annuo, fino a raggiungere i 28,4 miliardi nel 2018. Dopo il via libera della Consob, i conti 2013 includono la rivalutazione della quota di Bankitalia: 1,2 miliardi la plusvalenza netta. Se l'approccio sarà contestato dall'Europa, la perdita quindi crescerà ancora, ma Ghizzoni ha escluso qualsiasi ricapitalizzazione. Unicredit raccoglierà invece risorse dalla razionalizzazione delle partecipazioni, a partire dalla quotazione di Fineco, prevista «tra giugno e luglio» e valutata dagli analisti 1,8 miliardi. In Borsa dovrebbe finire il 25-30%. Dalla valorizzazione delle partecipate, Unicredit ricaverà un beneficio di 30 punti base in termini di Core Tier 1 (di cui 10 da Fineco): la controllata Uccmb, che si occupa di riscossione crediti, sarà venduta, e probabilmente valorizzata Pioneer. «Ora siamo pronti ad aumentare ulteriormente la nostra offerta di credito e a dare supporto all'economia reale in Italia e in Europa», ha sottolineato Ghizzoni.