Unicredit riapre il dialogo con la Libia

Incontro tra Vita e Ghizzoni con i vertici di banca centrale e fondo Lia. Il governo di Tobruk vuole tornare attivo

I soci libici vogliono tornare ad essere attivi in Unicredit, tra le partecipazioni storiche sia della Banca Centrale Libica (che insieme alla Lybian Foreign Bank al 2,9% del capitale) sia del Libyan Investment Authority (all'1,25%), il fondo sovrano libico da 70 miliardi di dollari circa su cui, secondo fonti internazionali, si sarebbe concentrata negli ultimi mesi una battaglia per il potere. Nel 2011 i libici erano arrivati a oltrepassare il 7% del capitale di Unicredit, ma la guerra civile nel paese ha diradato i contatti con il gruppo di cui hanno mancato le ultime ricapitalizzazioni. Ieri infine, dopo quasi quattro anni di silenzio, i vertici di Piazza Gae Aulenti hanno quindi riallacciato i rapporti con le istituzioni libiche, braccio finanziario del governo di Tobruk, l'unico riconosciuto a livello internazionale. L'occasione è stata l'assemblea degli azionisti chiamata a deliberare a eleggere il nuovo vertice, approvare il bilancio 2014 e la distribuzione di 627 milioni di euro (127 milioni in più rispetto al bilancio 2013) di dividendi. Piazza Affari in ogni caso non ha reagito alla notizia: il titolo ha chiuso la seduta sostanzialmente invariato a 6,3 euro.

A comunicarlo è stata Unicredit, sottolineando come il presidente Giuseppe Vita, e l'ad, Federico Ghizzoni, abbiano incontrato a Roma Saddek Omar El Kaber, presidente della Banca Centrale Libica dal 2011 e Abdulrahman Benyezza, presidente della Lia (ex ministro del petrolio tra il 2011 e il 2012 e storico presidente di Eni Oil & Co). Il gruppo finanziario ha quindi ribadito «l'interesse del gruppo a rafforzare la propria operatività in Libia e a supportare iniziative di sviluppo economico nel Paese». D'altro canto i soci libici «hanno espresso la volontà e il interesse per una gestione più attiva della partecipazione azionaria nel capitale della banca».

Nel corso degli ultimi anni i contatti con l'altra sponda del Mediterraneo si sono rarefatti per tutte le società italiane (e non) partecipate da azionisti libici, Unicredit compresa, a causa del caos in cui la Libia versa dalla caduta di Gheddafi. Una guerra civile tra diverse fazioni che ha comportato incertezza sugli interlocutori. Tra un debole governo internazionalmente riconosciuto a Tobruk, una diversa fazione sovrana a Tripoli e la minaccia dell'Isis costantemente incombente sul Paese, i rapporti con le istituzioni sono finora stati tutt'altro che semplici. Un anno fa si era assistito ad una prima normalizzazione grazie al ritorno dei soci libici nell'assemblea di Eni, ma in dodici mesi la situazione in Libia è ulteriormente evoluta. E non in meglio.

Oltre che la presenza dei libici, l'assemblea ha registrato un esito inedito: i vertici sono stati confermati nonostante la lista dei fondi, che indicava per il cda solo Lucrezia Reichlin, abbia ricevuto più voti di quelli del «listone» dei 16 guidato da Vita e Ghizzoni: 54% dei votanti contro il 46%. I 16 nomi del listone sono comunque risultati tutti eletti dopo la Reichlin. Invariate le quote dei grandi soci: Aabar (5%), Blackrock (4,65%), Cariverona (3,44%), Crt (2,51), Carimonte (al 2,01%).