Unicredit, con il riassetto sarà più locale

«Quello che è globale sarà seguito a livello globale, il resto si farà a livello locale». Con questo slogan l'ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, ha spiegato la riorganizzazione della banca approvata ieri all'unanimità dal cda e che sarà operativa dal primo gennaio. L'obiettivo, ricompreso all'interno del business plan, è quello di conseguire una «riduzione dei costi» e un «impatto sui ricavi attraverso le sinergie».
Ma come funzionerà nel dettaglio la nuova Unicredit? E, soprattutto che cosa cambierà in Italia? A monte della holding resteranno, oltre alle funzioni di controllo e di valutazione della performance (delle quali è titolare Ghizzoni affiancato dal dg Roberto Nicastro), l'asset management e il Corporate che sarà ridimensionato ai grandi clienti (in Italia sono poco più di 100) e alle imprese che pur, non rientrando nelle soglie di fatturato, hanno bisogno di servizi strutturati cross-border. Le restanti divisioni Private e Family&Mid Corporate (fuse assieme) passeranno sotto la responsabilità dei country chairman che riporteranno all'ad che, a sua volta, designerà un responsabile nelle persone di Roberto Nicastro (Austria e Centro-Est Europa) e del vice dg Jean-Pierre Mustier (Germania).
In Italia le maggiori responsabilità saranno a capo di Gabriele Piccini (Nicastro avrà la supervisione strategica su network e multicanale) che presiederà sui direttori delle aree (ridotte a sette) che avranno molto più potere decisionale rispetto al passato. Sarà eliminato un livello intermedio in modo da snellire i processi. «Saranno sette piccoli ceo locali», ha chiosato l'ad ribadendo che «per la clientela non cambierà nulla».
Ghizzoni non si è sbilanciato sulla semestrale, anche se ha assicurato che «tutto sta procedendo in linea con le aspettative». In cda, ieri, l'ad ha fornito anche una breve informativa sui nuovi soci del fondo anglo-russo Pamplona che possiede una partecipazione del 5,1% attraverso un contratto Deutsche Bank. «Sono stati corretti perché ci hanno informati prima», ha spiegato il top manager, ricordando che il fondo guidato dall'ex numero uno di Alfa Bank, Alex Knaster, era entrato con una quota poco sotto il 2% in sede di aumento. Ghizzoni non è preoccupato dalla presenza di Deutsche in quanto «è normale fare contratti del genere quando si assume un rischio-Paese come in Italia».
Certo, l'aumento del peso dei soci esteri in Piazza Cordusio ha fatto partire i rumor su possibili takeover e spezzatini. «Nel mondo c'è una banca in grado di acquistare Unicredit?», ha domandato retoricamente Ghizzoni, asserendo che «bisogna guardare chi compra e chi vende». Insomma, non si resterebbe con le mani in mano. Il banchiere rovescia la questione. «Perché si parla sempre di noi in questo senso? Potremmo anche essere un soggetto che acquista parte di altre banche e l'unico esempio di spezzatino è stata Abn Amro: chi ne ha comperato le parti è andato a scatafascio (vedi Antonveneta, ndr)». Dedica finale ai sindacati sul piede di guerra: «In Germania lavoratori e imprese nelle difficoltà remano sempre dalla stessa parte, anche in Italia dovremmo fare lo stesso».