Unicredit, sono stranieri tre azionisti su quattro

Fondi esteri al 75% del capitale. La quota di Mediobanca non sarà ceduta "a breve"

La rivoluzione francese in Unicredit procede a passo spedito. L'assemblea degli azionisti ieri ha approvato il nuovo governo societario che concede al management la facoltà di presentare una lista di candidati per il rinnovo delle cariche sociali, l'eliminazione del tetto del 5% all'esercizio del diritto di voto e l'aumento a due degli amministratori di minoranza.

Il cambio della governance è l'ultima tappa del piano di rilancio del gruppo messo a punto dall'ad, Jean Pierre Mustier, che ha preso il timone nel luglio 2016. Prima ha condotto in porto l'aumento di capitale da 13 miliardi, poi si è liberato di una zavorra di 18 miliardi di sofferenze in gran parte ereditate dalla fusione con Capitalia. Fusione che Mustier si lascia alle spalle, riportando dopo dieci anni la sede sociale dalla capitale al capoluogo lombardo. Ma soprattutto ha trasformato la banca in una public company: ora gli investitori esteri rappresentano il 75% del capitale, contro il 65% pre-aumento. A fare spazio sono le fondazioni che nel 2010 avevano «licenziato» l'ad Alessandro Profumo per colpa dei soci libici portati nel capitale e che hanno perso un loro storico rappresentante nel cda, l'ex presidente della Fondazione Crt, Fabrizio Palenzona.

Eppure ieri a difendere l'operato di Mustier dalle contestazioni di alcuni piccoli azionisti è stata la Fondazione Cariverona, oggi all'1,8%: «Ho sentito avanzare accuse gratuite e fuori luogo all'ad. Le persone non si valutano se sono francesi o italiane, ma sui fatti», ha detto il presidente dell'ente scaligero, Alessandro Mazzucco.

Una larghissima maggioranza ha dunque approvato ieri le novità messe all'ordine del giorno, tra cui la preparazione della lista di maggioranza: vi potranno lavorare direttamente Mustier e anche il presidente designato Fabrizio Saccomanni, che entrerà in carica ad aprile. Si tratta di un ulteriore rafforzamento per il manager francese in vista dei dossier da aprire dopo il completamento del piano. Uno riguarderebbe Generali e Mediobanca, anche se ieri in una risposta agli azionisti il dg Gianni Franco Papa ha sottolineato che la cessione dell'8,5% dell'istituto di Piazzetta Cuccia «non è prevista nel breve termine». Fermo restando, ha comunque aggiunto Papa, che come tutte le attività della banca, anche questa partecipazione è soggetta «ad attenta e disciplinata gestione del capitale» e che «ogni opportunità di generazione di valore incrementale viene valutata di continuo». A breve termine nessuna vendita, dunque. Ma a fine piano, nel 2019, l'istituto di piazza Gae Aulenti potrebbe aprire sia la «pratica» sulle fusioni nell'ottica di un consolidamento europeo invocato a più riprese dalla Bce, sia quella sull'accorciamento della catena. Di certo, la rivoluzione francese piace alla Borsa: nell'ultimo anno il titolo Unicredit ha guadagnato più del 62% (ieri +0,4% a 16,9 euro).