Unipol-Sai, 821 milioni di utile nel 2015

Premafin isola la famiglia Ligresti, obbendendo all’ordine della Consob di togliere alla famiglia Ligresti il diritto di recesso e la scudo della maleva, pur apportando ulteriori modifiche. È la dimostrazione dello «scollamento» in atto tra il cda della holding e i suoi azionisti di riferimento mentre Fonsai si incammina verso la fusione con Unipol. In mattinata, l’ad del gruppo bolognese Carlo Cimbri aveva accompagnato la comunità finanziaria nel piano industriale del nuovo big delle polizze, che vedrà formalmente la luce a gennaio 2013 e sarà composto da due società quotate: Ugf e una seconda battezzata «Unipol-Sai». Gli aumenti di capitale da 1,1 miliardi, ha confermato Cimbri, partiranno in parallelo nella prima decade di luglio.
Il gruppo Unipol paga comunque «dazio» all’Antitrust abbassando, a seguito delle cessioni per 1,7 miliardi imposte dal Garante, gli utili attesi nel 2015 da un miliardo a 880 milioni. Alla stessa data la sola «Unipol-Sai» dovrebbe essere in attivo per 821 milioni, a fronte di premi Danni per 9,5 miliardi e Vita per 6,5 miliardi.
Tra gli analisti serpeggiano, poi, dubbi sugli obiettivi annunciati per le sinergie di costo e il risultato netto di Unipol Banca, entrambi considerati molto aggressivi; oltre che per il calo previsto delle riserve tecniche Danni sui premi. Positiva, comunque, la reazione di Piazza Affari, dove Unipol ha rimbalzato per poi ripiegare insieme al listino (+0,4% la chiusura). Nuove ombre sui prodotti strutturati in pancia a Unipol Banca sono avanzate anche da uno studio di Ernst&Young, che Cimbri ha però detto di «disconoscere».
A piacere alle sale operative è la generosa politica di pay-out fissata da Cimbri al 60-80%, contro il 65% circa dell’attuale Unipol e il 30-40% raggiunto da Fonsai negli anni in cui era in attivo: 2 miliardi l’utile comulato 2012-2015.
La redditività dovrebbe segnare un marcato recupero, con un combined ratio in calo al 93% nel 2015 (104,2% lo scorso anno). Le sinergie previste dall’integrazione sono, invece, 345 milioni; a fronte di un calo del patrimonio immobiliare da 4,6 a 3,9 miliardi e di una riduzione dell’indebitamento da 4,1 a 3,3 miliardi.
Con ogni probabilità il gruppo opererà solo con i tre marchi principali Unipol, Sai e Milano; i restanti (Liguria, Sasa, Siat e forse la Previdente) dovrebbe invece finire in una newco con i relativi asset per la cessione e forse con la partecipazione azionaria in Mediobanca. Gli analisti pensano, poi, che i dipendenti del gruppo saranno concentrati su Bologna e Milano.
Per quanto riguarda il capitolo cessioni, Unipol ha «già ricevuto manifestazioni di interesse», ha detto ieri Cimbri: alla finestra ci sarebbero Axa, Allianz, Cattolica e Vittoria. Il progetto di integrazione, ha rivendicato l’ad, è la prova che in Italia «possono esserci le risorse per creare grandi gruppi a vocazioni industriale» e con una «proiezione europea». Il top manager ha aggiunto di «confidare in una risposta positiva» sull’esenzione dall’obbligo di Opa a cascata su Milano Assicurazioni. Se, all’opposto, il verdetto della Consob fosse negativo, Bologna «fermerebbe» l’integrazione con Fonsai per riparlarne «dopo l’estate».
Quanto, invece, a Premafin la riunione del board è stata preceduta da un intenso lavoro per presiporre i documenti con le modifiche alla manleva e al diritto di recesso poi formalizzate in una lettera spedita a Unipol per accettazione. Sul tavolo anche la nuova missiva in cui Sator e Palladio avrebbero contestato le tecnicalità delle delibere. Il tentativo dei Ligresti di svincolarsi da Unipol sembra comunque fallire: il consigliere Luigi Reale, dopo un incontro con Fonsai, ha consegnato una lettera al board sostenendo l’assenza di «elementi sufficienti» per procedere, forse per la scarsità delle basi patrimoniali disponibili per i due fondi di private equity.