Vola il Pil cinese, ma la Borsa va giù

Crescita (+7%) e produzione (+6,8%) sopra le attese, ma gli investitori non ci credono: «Numeri falsi»

La Borsa cinese sorprende ancora. Ieri Pechino ha confermato una robusta crescita dell'economia (+7% il Pil del secondo trimestre), con la produzione industriale oltre le attese (+6,8% a giugno). Numeri impressionanti per le risicate economie europee alla prese con disoccupazione e decrescita. Eppure tali risultati non hanno prodotto gli effetti sperati sugli umori del mercato finanziario cinese che ieri ha chiuso con un ennesimo ribasso, dopo quelli della scorsa settimana, pari al 3 per cento. La brutta giornata ha influito anche sulla borsa di Hong Kong, -0,75 per cento. La domanda ora è d'obbligo: perché in Cina, nonostante la crescita, la borsa non sale?

Il sospetto degli operatori è che i numeri della crescita siano truccati. In Cina dunque, dove la contraffazione dei supermarchi della moda è di casa, anche i dati economici avrebbero subito un «ritocchino». Il motivo è che il momento è delicato. Pechino sta cercando di contenere la crisi delle Borse, che nelle scorse settimane hanno perso circa il 30% del loro valore.

I decisi interventi del governo, che ha ordinato alle imprese statali di non vendere le azioni di cui sono in possesso e ha confermato il sostegno finanziario alle istituzioni che prestano denaro a chi vuole investire in Borsa, avevano dato buoni frutti. La Borsa aveva invertito la rotta, ma non tutti si fidano, anche se Shanghai, che comunque da inizio anno ha messo a segno un più 150%, è un mercato chiuso dove gli investitori esteri faticano ancora ad operare.

Ed è proprio perché si cercano maggiori aperture che il governo ha assoluto bisogno di sostenere l'economia interna del Paese al fine di pilotare il passaggio da un mercato che si basa soprattutto su esportazioni e investimenti, ad uno nel quale abbia un ruolo più rilevante il consumo.

E se il quasi miliardo di ricchi cinesi già consumano parecchio, nelle campagne e nelle città più piccole si vive ancora con pochi spiccioli al mese. Spiccioli che nei mesi scorsi si sono moltiplicati grazie alle speculazioni in Borsa anche da parte dei meno abbienti. Per sostenere i consumi interni da novembre, la banca centrale ha tagliato per quattro volte i tassi d'interesse nel tentativo di stimolare un'economia in rallentamento.

Ecco perchè ieri, quando sono usciti i numeri della crescita del Pil, a qualcuno sono apparsi troppo trionfalistici, ricordando i ricorrenti dubbi che accompagnano le statistiche cinesi. Lo stesso premier Li Keqiang, ha scritto l'agenzia Bloomberg, aveva sottolineato che i dati del Pil della Cina sono fatti dagli uomini. «Tenendo conto che lo scorso anno la lettura del Pil nel secondo trimestre è stata migliore di quella del primo, sembra strano che la crescita economica non abbia rallentato - ha spiegato Craig Botham, emerging markets economist di Schroders -. Inoltre, il nostro modello di analisi era pronto ad indicare un tasso di crescita di circa il 6,3%, in ribasso dunque rispetto al 6,9% del primo trimestre».

E qui l'analista si interroga su come spiegare la differenza. «Sarebbe semplice dire - ha aggiunto - che si tratta del classico caso di aggiustamento dei numeri da parte delle autorità cinesi, ma resisteremo a questa tentazione. Di certo però sembra che la performance nel secondo trimestre sia stata costruita su fondamenta instabili, piuttosto che sulla roccia di una crescita sostenibile».