Volkswagen torna a fare profitti ma ora si apre la querelle in Europa

Scontro legale su direttiva Ue. Lo spettro di un'altra maxi tegola

Pierluigi Bonora

Da una parte i conti trimestrali che segnano il ritorno ai profitti (2,24 miliardi contro la precedente perdita di 1,67 miliardi), dall'altra la necessità di affilare le armi in vista di nuove possibili battaglie legali. «C'è il rischio che in Europa Volkswagen si trovi a pagare un conto maggiore rispetto agli Usa», titolava ieri Die Welt nell'edizione online, riportando le dichiarazioni agguerrite di Christopher Rother, che a Berlino rappresenta lo studio legale di Michael Hausfeld, l'avvocato Usa che nel primo trimestre del 2017 depositerà al tribunale di Braunschweig la causa a tutela dei consumatori europei. E così, mentre il trimestre di Vw si è chiuso con ricavi pari a 52 miliardi (+1%), le vendite sono salite di oltre il 4% e stimate in lieve aumento a fine anno, grazie soprattutto alla Cina, per l'ad Matthias Mueller le preoccupazioni continuano. Il gruppo ha confermato il target 2016 di un rendimento operativo prima di voci straordinarie tra il 5 e il 6% (6% nel 2015).

Chiusa la vertenza Usa con il maxi-patteggiamento di 14,7 miliardi di dollari siglato con il dipartimento di Giustizia (interessate sono 475.000 auto con motori diesel 2.0 prodotti dal 2009 al 2015, mentre per altre 90.000 vetture con cilindrata 3.0 si cerca ancora una soluzione), per Volkswagen si avvicina ora l'apertura dell'ancora più complesso capitolo europeo (8,5 milioni i veicoli coinvolti). Banco di prova, in proposito, sarà l'udienza del 4 novembre davanti al giudice di Venezia dove il gruppo è chiamato a rispondere di pratica commerciale scorretta. Ad accusare i tedeschi sono le associazioni dei consumatori. «Tra l'altro - afferma Paolo Martinello (Altroconsumo) - dalle analisi di laboratori certificati, ci risulta che le riparazioni effettuate sulle auto coinvolte nell'operazione di richiamo siano insufficienti».

Ma lo scontro tra lo studio di Hausfeld e Wolfsburg riguarderà l'interpretazione della direttiva Ue 2007/46 dove, all'articolo 27, comma 1, si dice che «nuove auto possono essere offerte, vendute o immesse nel traffico solo se dotate di certificato valido». Secondo Rother «le auto manipolate non avrebbero mai dovuto essere vendute e i clienti devono essere messi nelle condizioni come se la violazione non fosse mai avvenuta».

La replica di Volkswagen su Die Welt: «Non ci sarebbero contraddizioni tra certificazione non corretta e sua validità».