Wall Street a picco, i mercati tremano

Dow Jones a - 6%, ma gli analisti rassicurano: "Solo una frenata dopo la lunga corsa"

La Borsa di Milano ha perso più di mille punti in una settimana, circa il 4,5%. Solo ieri l’indice FtseMib dei principali titoli ha ceduto l’1,6%. Il trend è lo stesso anche per gli altri principali mercati europei, a cominciare da quello tedesco, perfettamente in linea con Milano. Ma, soprattutto, ha tremato Wall Street: ieri il Dow Jones è arrivato a cedere più del 6%, l’S&P 500 il 3,7% e il Nasdaq oltre il 2% in un finale di seduta con violente oscillazioni.

Che sta succedendo? «Non credo in un crollo dei mercati - dice un noto gestore italiano - ma stiamo assistendo a una bella correzione dei prezzi». Tra gli addetti ai lavori nessuna sorpresa. D’altra parte la linea è stata dettata da Goldman Sachs, lunedì 29 gennaio, quando la banca d’affari Usa ha scritto ai suoi clienti che la correzione era nell’aria. Peter Oppenheimer, capo delle strategie azionarie globali di Goldman, ha ricordato che mai dopo il 1929 l’indice Standard & Poor’s 500 aveva avuto un così lungo periodo di rialzo senza che al suo interno ci fosse stata una correzione di almeno il 5 per cento. E in effetti, se si prende il grafico di Wall Street a due anni, si resta impressionati. Per questo il calo di questi giorni potrebbe continuare ancora senza compromettere il trend positivo. «In un mercato rialzista, correzioni del 10% o anche di più non sono rare» aggiunge Oppenheimer. Che poi precisa: «La media delle correzioni durante periodi di rialzo è del 13% nell’arco di quattro mesi. E la Borsa ne impiega poi altrettanti per recuperarla».

Fin qui le considerazioni di carattere tecnico. Mentre ieri circolavano anche indicazioni di tipo economico e finanziario. In particolare pesa il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato Usa, specchio dell’andamento dei tassi: il finanziamento del debito pubblico americano a 10 anni ha superato per la prima volta dal 2014 il 2,8 per cento. Per molti operatori è il segnale di surriscaldamento dell’inflazione e dell’economia che, se confermato, non può essere un buon segnale per i mercati, comportando un’accelerazione nella stretta monetaria della Fed. Dopodiché bisogna valutare quali possono essere le conseguenze in Europa e in Italia in particolare.

Qui da noi tira un’aria completamente diversa: proprio ieri il presidente della Bce Mario Draghi ha ribadito che i tassi d’interesse sono destinati a restare bassi a lungo, anche «ben oltre l’orizzonte degli acquisiti di asset». Vale a dire anche dopo la fine del Quantitative easing, che potrebbe finire al più presto in ottobre. Nello stesso tempo Draghi ha escluso che l’attuale momento di liquidità possa aver gonfiato i mercati azionari: «Non vi è alcuna evidenza di bolle sistemiche causate da eccesso di credito». Un quadro pienamente compatibile con quello della correzione in atto, piuttosto che con l’ipotesi dell’inversione del trend. Che, al momento, resterebbe quello positivo legato alla ripresa economica in corso nell’eurozona.

In questo quadro il caso Italia potrebbe avere la sua specificità, legata alle elezioni: di qui al 4 marzo la speculazione avrà spazio per agire; mentre a partire dal 5, qualora le urne dovessero consegnare un quadro di instabilità politica, c’è da scommettere che sia la Borsa, sia lo spread reagiranno con estrema volatilità. Già ieri si è visto qualcosa di questo tipo, con l’indice di Piazza Affari risultato il peggiore in Europa. Un trend che, nel bene e nel male, ci accompagnerà per qualche settimana. Considerando la Borsa di Milano «a leva» rispetto agli altri mercati.