Economie emergenti A ITForum quali opportunità minimizzando i problemi

Dopo la crisi del credito seguita al fallimento della banca americana Lehman Brothers nell’autunno del 2008, le principali Banche centrali dei Paesi Occidentali hanno affrontato l’instabilità dei mercati e la recessione adottando politiche monetarie convergenti che si possono riassumere in tassi a zero o ai minimi storici.
Negli ultimi mesi, tuttavia, sono emerse divergenze nelle politiche monetarie tra le principali Banche centrali: in particolare, il differente approccio tra la Fed, che lascia i tassi praticamente a zero, la Bce che li ha alzati all'1,25% e la BoE che ha mantenuto i saggi invariati allo 0,5%. Ne parliamo ampiamente con Emilio Franco, responsabile investimenti di UBI Pramerica Sgr.
Dottor Franco, innanzitutto: perché questa divergente politica monetaria tra le principali banche centrali occidentali?
«Siamo entrati in una nuova fase del ciclo di liquidità globale. Dal 2008, per contribuire a evitare una nuova grande depressione e per consentire al sistema finanziario e bancario di continuare a funzionare, le Banche centrali dei principali Paesi (non solo sviluppati) hanno intrapreso congiuntamente sentieri di politica monetaria espansivi, in molti casi senza precedenti, sia per il livello dei tassi raggiunti che per le modalità operative seguite (easing quantitativo). Il 2011 è l’anno in cui i policy-maker monetari stanno ponendo in essere iniziative divergenti, sulla base dei loro obiettivi statutari, delle loro funzioni di reazione e della situazione macroeconomica delle aree in cui operano. Ecco allora che nei Paesi emergenti, in cui la crescita dell’economia è superiore al potenziale, per reagire al rischio inflazionistico e al pericolo di surriscaldamento, si assiste a un ciclo di restrizione monetaria tradizionale. Nell’area euro, nonostante le tensioni sulla periferia, la Bce ha iniziato il processo di normalizzazione dei tassi di interesse alla luce di una robusta ripresa tedesca, principalmente guidata dalle esportazioni, e di una dinamica in risalita dell’inflazione primaria, causata soprattutto dal rialzo delle materie prime energetiche. L’obiettivo perseguito è esclusivamente la stabilità dei prezzi. Negli Stati Uniti, la Fed conferma il suo atteggiamento super-espansivo, ma la seconda tornata di allentamento quantitativo è al capolinea ed è improbabile che possa essere rinnovato, nonostante la crescita sia solo accettabile, il mercato del lavoro stia migliorando lentamente e l’inflazione “core” non desti preoccupazioni. In Inghilterra, i tassi sono prossimi a salire, in un quadro complesso di inflazione sopra target e di crescita in decelerazione. La Banca centrale giapponese ha invece appena ripreso le iniziative espansive non ortodosse di acquisto di titoli, allo scopo di sostenere un’economia colpita pesantemente dal grave terremoto».
Quali gli impatti sui cambi? E quali, invece, sull’economia e sui mercati finanziari?
«In un quadro così fluido e variegato i cambi si stanno muovendo in coerenza con la dinamica dei differenziali attesi dei tassi di interesse: euro e valute emergenti in rafforzamento, dollaro assai debole. Lo yen è un caso un po’ particolare: è assolutamente essenziale che si indebolisca per aiutare l’economia giapponese, netta esportatrice, a contenere e recuperare gli effetti del disastro naturale che l'ha appena colpita. Da qui le azioni della Bank of Japan concertate con i principali Paesi miranti a effettuare interventi sul mercato per evitare che la valuta nipponica si apprezzi, come successo dopo il terremoto di Kobe del ’95, a seguito del rimpatrio di capitali per finanziare la ricostruzione. La stretta monetaria nei Paesi emergenti è destinata nei prossimi trimestri a condurre al tradizionale dibattito ciclico sugli effetti in termini di “soft” o “hard landing”, con rilevanti conseguenze sui mercati finanziari globali e sull’avversione al rischio. In generale, per il momento, privilegiamo i mercati rischiosi con le Banche centrali più accomodanti».