Economisti-blogger bocciano il piano del governo e smentiscono i consumatori

RomaSono bastate le prime indiscrezioni sul decreto legge riguardante la «liberalizzazione» dei benzinai per far cantar vittoria alle associazioni dei consumatori. Eppure i conti non tornano. E forse gli stessi paladini del cittadino dovrebbero rivedere al ribasso i loro sogni di risparmio. Abbiamo infatti scoperto grazie al web che alcuni giovani blogger partendo dagli stessi numeri sono arrivati a conclusioni affatto differenti. Dalle indiscrezioni trapelate da fonti di Palazzo Chigi già si sa che il decreto (che sarà varato entro la fine di questo mese) mira alla cosiddetta libertà di rifornimento per i gestori degli impianti di distribuzione dei carburanti che potranno acquistare «liberamente da qualsiasi produttore o rivenditore». Ma non solo. I distributori di benzina potranno vendere bevande, tabacchi e giornali. Nei nuovi contratti tra compagnia petrolifera e singolo gestore di una pompa di benzina eventuali clausole che prevedano forme di esclusiva nell’approvvigionamento sarebbero da considerarsi «nulle per violazione di norma imperativa di legge». Il gestore potrà comunque avvalersi della libertà di approvvigionamento presso qualsiasi produttore o rivenditore nella misura del 50% per cento di quanto erogato nel precedente anno dal singolo punto vendita. In questo caso, le parti possono rinegoziare le condizioni economiche e l’uso del marchio». Altroconsumo prova a tradurre in cifre questa norma. Con la liberalizzazione delle pompe di benzina, secondo la rivista, i gestori «potrebbero arrivare alle condizioni di prezzo praticate oggi dai distributori indipendenti (le pompe bianche o no-logo) con un risparmio per l’Italia di 567 milioni di euro per consumare i circa 10 milioni di tonnellate all’anno di benzina e quasi 2,5 miliardi di euro sui 25 milioni di tonnellate di gasolio. Tre miliardi di euro che spalmati per l’intera popolazione si traducono in un cospicuo gruzzolo: 144 euro a famiglia di risparmio all’anno. Altre associazioni (Adoc, Codacons e il Movimento di difesa del cittadino) sono ancor più ottimisti e portano fino a 200 i tagli sui carburanti nei bilanci familiari. Eppure queste associazioni, così come lo stesso governo che ha pensato il decreto, non si accorgono che scorporando il costo della benzina si può capire come il margine su cui andrà a incidere la liberalizzazione sia troppo esiguo per far cantar vittoria.
Ci hanno pensato due ragazzi pugliesi a verificare ogni singolo dato e i loro risultati sono finiti su un blog, cliccatissimo in queste ore. Ulrico Viganotti e Federica De Benedetto hanno pubblicato su vivendolapuglia.blogspot.com un’indagine che dà un’idea concreta dei futuri effetti di questa liberalizzazione. I due giovani economisti dividono i costi in «industriali» e «fiscali». La prima categoria viene a sua volta divisa in materia prima e margine lordo. Il primo è il costo del carburante raffinato secondo le quotazioni di Borsa (in dollari). È da quello che partono le compagnie per fare il loro prezzo. Mentre il margine lordo copre tutte le voci della filiera della distribuzione.
Ebbene i costi fiscali gravano per il 59,31%. Mentre il costo della materia prima è pari al 33,48%. Quindi, spiegano i due giovani blogger, gli effetti della liberalizzazione di Monti si produrrano sul restante 7,21% del margine lordo. E la conclusione dei due giovani economisti pugliesi è più pessimista rispetto agli urrà dei paladini dei consumatori. «Di quanto mai potrà essere ridotto il costo della benzina se agisce su questo margine lordo del 7,21%? A essere ottimisti si può ridurre il costo fino al 4%. E cosa si otterrebbe? Un misero risparmio di 7 centesimi al litro!» Non considerando, poi, che questa «deregulation» spingerebbe molte stazioni di servizio a favorire i self service, riducendo il personale con gravi conseguenze sull’occupazione.