Economisti euroscetticiproprio come il CavMa la sinistra non lo sa

Il Nobel Krugman idolo di<em> Repubblica</em> dice le stesse cose. Però i faziosi si scatenano soltanto contro il premier

Il premio Nobel per l'economia, il progressista e keynesiano Paul Krugman, scrive sul New York Times un giorno sì e un giorno no, ripreso con tito­li camuffati da Repubblica che usa il copyright del giornalone americano, che l'euro è una ben strana moneta, e non convince, perché non risponde a un'au­torità politica comune ai Paesi che la adottano, e per­ché non ha una vera banca centrale a sostegno come il dollaro con la Fed, la sterlina con la Banca d'Inghilter­ra, lo yen con la Banca centrale giapponese. Berlusconi dice esattamente la stessa cosa, testimoniata da un vi­deo.

Ma non una cosa simile, esattamente la stessa co­sa. Appena ha finito di parlare il premier italiano, inve­ce di domandarsi se abbia detto una cosa giusta, sulla quale concordano il presidente della Università Bocconi e cento altri economisti di grido nel mondo, i nemici di Berlusconi si mettono a strillare: Berlusconi attacca l'euro!, vergogna!, e il presidente del Consi­glio in poche ore è obbligato a una correzione di prammatica, di patriot­tismo monetario, sicché l'euro, com'è ovvio, ridiventa anche una bandiera dei Paesi che l'adottano. Ci mancherebbe.

Che cosa significa questo fatto di cronaca politica, che si ripete invaria­bilmente da anni quando parla il ca­po del governo italiano? Non c'è dub­bio che i giornalisti italiani siano un po' asini, siamo un po' asini. La fazio­sità implica quella che Carlo Frutte­ro chiamerebbe la «risorgenza del cretino», un fenomeno pericoloso e attualissimo.

Guareschi parlava di «cervello all' ammasso», come le merci inerti quando, appunto, si ammassano in un magazzino, che in questo caso non è di grano o colza ma di scioc­chezze. Scegliete voi, ma di asinità in primo luogo si tratta.

Però la spiegazione è anche trop­po semplice. C'è qualcosa di più sotti­le, oltre alla «risorgenza». C'è un rap­porto malato, come avrebbe detto un celebre filosofo francese che se ne intendeva, Michel Foucault, tra le pa­role e le cose. Se il titolo di un editoria­le di Repubblica è: «L'ultimo strappo di un Cavaliere disperato», e il titolo è stampato senza alcun pudore a stig­matizzare come una stecca una di­chiarazione intelligente, fatta sulla scia di un intelligentone come Krug­man e del senso comune condiviso dalla maggioranza degli intelligento­ni, a parte il consenso dei cittadini in­vestitori e risparmiatori e contri­buenti ( questo è ovvio), vuol dire che non siamo nel teatrino della politica, come direbbe il Cav., ma in pieno me­lodramma.

La stonatura, il sovracuto scemo e ispido, segnalano che si tratta però di musica di serie B, non il magnifico melodramma interpretato dal Cav. sulla scia di Donizetti e del suo «Elisir d'amore»: siamo in ascolto di cattiva musica, di una roba che dovrebbe far rimbombare le redazioni di fischi, con lancio di gatti morti e pomodori e altri ortaggi come nel«Roma»di Fel­lini.

C'è una frase della gente che piace a me odiosa: «Mi vergogno di essere italiano». Parla proprio e inconsapevolmen­te di questo linguaggio, di questo ol­traggio alla coerenza logica, alla sem­plicità di pensiero, al buonsenso ele­mentare che anche un bambino pic­colo e disinformato comincia a dise­gnare nelle sue parole come mappa per il suo rapporto con le cose. Non è l'Italia, non è l'italianità, è un italiani­smo o un italianese fradicio. Krug­man aggiunge sempre nelle sue note fulminanti che il guaio è il morali­smo, lo spirito autopunitivo delle classi dirigenti europee, l'incapacità di capire che la crisi da debito si cura con misure di difesa della moneta, e naturalmente con riforme di struttu­ra, non con la lagna declinista e cata­s­trofista.

È precisamente la linea esposta ie­ri da Berlusconi nella lettera che il Giornale ha riprodotto integralmen­te, in cui l'austerità, vecchio arnese ideologico di un tempo in cui danza­vamo intorno all'idolo della lotta di classe, è messa all'angolo e respinta come vocalizzo moraleggiante da rimpiazzare con un programma di sviluppo fondato sull'ottimismo del­la volontà e della ragione.

Abbiamo dunque un presidente del Consiglio che ha un pensiero pro­­gressista e liberale, con una punta di paradossale spirito keynesiano, e un' opposizione di carta che, mentre i giovani del Partito democratico e il buon Renzi si sgolano per spiegargli come stiano effettivamente le cose, stecca e prende tormentosi lapsus per dire delle scemenze reazionarie, per imporre protocolli di facciata, per invocare la menzogna contro il senso di realtà. Non è un motivo in più per tenere duro?