Ed Einstein confessò: «Non ho potuto far nulla per fermare l’atomica»

Reso noto il carteggio che negli anni ’50 lo scienziato tenne con il filosofo giapponese Seiei Shinohara: «La bomba sul Giappone fu un crimine. Ma a volte l’uso della forza è necessario»

Agosto 1945. Il giorno 6 la prima bomba a uranio fu sganciata dagli americani su Hiroshima, uno dei maggiori centri giapponesi di produzione bellica. Il 98 per cento dei palazzi furono distrutti o gravemente danneggiati, oltre 70mila le persone uccise mentre molte altre morirono successivamente per effetto delle radiazioni. Di fronte alle titubanze del governo giapponese ad accettare la resa incondizionata, il giorno 9 fu sganciata su Nagasaki una bomba al plutonio: la città fu distrutta per il 47 per cento e i morti furono 75mila. Il Giappone si affrettò ad accettare la resa. A sessant’anni di distanza, l’eco di quelle esplosioni devastanti non si è ancora spenta. E neppure la voce dei protagonisti, diretti o indiretti, dell’evento che mise la parola fine alla seconda guerra mondiale. Proprio in questi giorni vengono rese note alcune lettere di Albert Einstein nelle quali il «padre» della teoria della relatività (di cui quest’anno si ricordano i cento anni dalla formulazione) confida il proprio rammarico per non aver potuto evitare la tragedia di Hiroshima e Nagasaki. Si tratta della corrispondenza tra lo scienziato ebreo tedesco e l’amico Seiei Shinohara, un filosofo giapponese pacifista che studiò in Germania prima della seconda guerra mondiale e che dopo il suo ritorno in Giappone scrisse ad Einstein chiedendogli la sua posizione rispetto alla questione della pace. Nell’agosto del 1939, infatti, il premio Nobel per la Fisica (vinto nel 1921) si rivolse al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt dicendosi preoccupato per il fatto che la Germania avesse iniziato un programma per la bomba nucleare; quindi suggeriva al presidente di tenersi in contatto con i fisici immigrati in America che conoscessero l’argomento, come Enrico Fermi e Leo Szilard, spingendolo a finanziare le ricerche sulla fissione nucleare, così da evitare che i nazisti potessero arrivare a sfruttarla per primi. Da lì nacque il «Progetto Manhattan» (successivamente, però, resosi conto degli effetti micidiali che la nuova arma poteva avere, Einstein tentò una «retromarcia», esortando - invano - l’amministrazione americana ad abbandonare il programma nucleare). Dopo la catastrofe, nel gennaio del 1953, l’amico Shinohara scrisse ad Einstein chiedendogli: «Tu dici di essere un pacifista, ma perché allora hai appoggiato lo sviluppo della bomba atomica?». Come risposta, tra il febbraio del ’53 e il luglio del ’54 il fisico spedì a Shinohara sei lettere, che ora la vedova del filosofo giapponese ha deciso di rendere pubbliche per portare avanti la causa antinucleare. In una lettera Einstein scrisse che egli non si considerava «an absolute pacifist», sostenendo che era giusto e necessario usare la bomba contro la Germania nazista, e che quando si è costretti da un nemico che minaccia te e il tuo popolo, il ricorso alla forza è inevitabile. Ma nelle lettere successive - incalzato dall’amico il quale gli «rinfacciava» come il Giappone fosse stato usato come cavia per il funzionamento dell’atomica - il grande fisico rispose con irritazione, ricordando il fatto che aveva sempre considerato quell’atto un crimine: «Condanno totalmente il ricorso alla bomba atomica contro il Giappone, ma non ho potuto fare niente per impedirlo». Ammettendo come unica «consolazione» l’effetto dissuasivo che le bombe avrebbero avuto con il tempo, rafforzando la sicurezza internazionale. Nonostante il tono incandescente delle lettere, l’amicizia tra i due uomini fu particolarmente stretta. Shinohara inviò a Einstein negli Stati Uniti alcuni disegni, mentre lo scienziato gli regalò una fotografia autografa. Non solo. La moglie di Shinohara notò, nella foto, che Einstein indossava un vecchio cardigan e gli fece sapere che gliene avrebbe confezionato lei stessa uno nuovo, ma il fisico educatamente rifiutò dicendo che sicuramente c’erano in Giappone persone che ne avevano più bisogno. Einstein morì nel 1955, dopo aver sottoscritto un manifesto per l’abolizione delle armi nucleari. Oggi, nel 60º anniversario della fine della guerra, la famiglia di Shinohara spera che quelle vecchie lettere possano essere usate per la pace, l’ideale cui il filosofo giapponese dedicò l’intera vita.