Ed ora la Cina boicotta la Francia

Se non è guerra fredda poco ci manca. L’aut aut del presidente Nicolas Sarkozy disponibile a presentarsi all’apertura delle Olimpiadi soltanto se Pechino scenderà a patti con il Dalai Lama rischia di costar caro ai grandi marchi parigini. Il primo a farne le spese potrebbe essere Carrefour, il gigante della grande distribuzione presente in Cina con 112 supermercati e 280 hard discount frequentati da due milioni di clienti.
Da giorni una tempesta di sms ed e-mail invita i consumatori a boicottare i suoi scaffali per protesta contro il presidente Sarkozy, contro la scarsa protezione offerta da Parigi alla fiaccola olimpica e contro i finanziamenti offerti, si dice, alla causa tibetana dal marchio francese. Ma nel mirino ci sono anche tutti gli altri grandi gruppi di Oltralpe, come l’azienda farmaceutica Lvmh, simboli del lusso come Louis Vuitton e Givenchy e il colosso L’Oréal. Quest’ultima avrebbe tra l’altro permesso alla controllata Body Shop di sponsorizzare un incontro con il leader spirituale tibetano svoltosi in Australia nel giugno del 2007, una colpa che ora viene ripescata per scatenare l’opinione pubblica.
Il nemico numero uno è però Carrefour. La protesta telematica, pur non chiarendo le accuse di sostegno alla causa tibetana, invita a disertare tutti i suoi punti di vendita. «Il popolo e il governo francese hanno dimostrato disprezzo nei confronti della fiamma olimpica e dei sentimenti del popolo cinese, non andate più a fare acquisti da Carrefour – recitano i messaggi - la Cina non può essere insultata!». Il momento migliore per il boicottaggio, specificano i messaggi, sarà il primo maggio (quando i cinesi invadono i centri commerciali) e l’8 maggio, data simbolo rispetto all’apertura dei Giochi dell’8 agosto. La direzione di Carrefour a Pechino replica ricordando che il 98 per cento dei suoi 40mila dipendenti sono cinesi e che l’80 per cento dei prodotti arriva da 22.300 fornitori locali. «Il gruppo – ricorda inoltre il presidente Josè Luis Duran - non prende mai posizione su questioni politiche».
Da parte sua il ministero degli Esteri cinese - invece di placare gli animi - fa notare che quei messaggi esprimono «punti di vista e sentimenti basati su fondati motivi... non si può sottolineare l’importanza dei rapporti tra i nostri Paesi per poi assistere a cose che il popolo cinese non può accettare».
La nuova sollevazione telematica affianca la mobilitazione contro i corrispondenti stranieri, colpevoli di denigrare la Cina sostenendo i separatisti tibetani. Anche qui le accuse più dure, accompagnate da minacce di morte, colpiscono i giornalisti di Parigi.
La Cnn ha intanto chiuso con un «mea culpa» la controversia suscitata dal giornalista Jack Cafferty, che ha definito i cinesi «una banda di sicari e criminali» capace di mettere sul mercato «cibo spazzatura avvelenato con il piombo». Dopo le dure proteste di Pechino la Cnn si è profusa in scuse e ha ricordato che lo spigoloso Cafferty spesso prende di mira anche il governo americano.