Edilizia anarchica: chi sfida leggi e divieti per creare ecomostri

La saggezza popolare dice che il medico nasconde i suoi errori sotto terra, mentre l’architetto dietro qualche albero. Ecco, ci vorrebbero intere foreste di sequoie giganti per mascherare gli orrori di una edilizia che ha deturpato il paesaggio italiano, le coste, le montagne, i villaggi di campagna come le città. Un modo di costruire senza regole, una tipologia edilizia anarchica dove il libero arbitrio si estende alla conformazione esterna dell’edificio, alla copertura, al colore e alle pertinenze di case e condomini, alle spianate di calcestruzzo in grado di contenere il proliferare di fastidiose e costose presenze vegetali.
Senza alberi d’estate la canicola si esalta, e allora si ricorre al condizionatore mandando in tilt la rete elettrica nazionale. Al primo forte temporale i fiumi esondano per il contemporaneo convogliamento di preziosa acqua piovana e allora si spendono cifre colossali per regimare i corsi d’acqua. L’Italia del cattivo gusto va a braccetto con quella dell’irrazionale e dello spreco.
Nelle campagne francesi o inglesi il benessere economico ha portato a una espansione degli agglomerati solitamente non dirompente dato che le nuove edificazioni ripetono in tutto e per tutto le caratteristiche delle preesistenti, mantenendo una armonia di volumi, di forme e di colore. Da noi la villetta anonima si affianca allo chalet svizzero, addossato a sua volta alla villa stile Dallas. Dieci metri in là, e da Melegnano ti ritrovi di colpo a Marbella: solarium al posto del tetto e palmizi rachitici davanti all’ingresso. Le tinte possono accostare il giallo all’azzurro; e le recinzioni non difettano di personalità: difficile trovarne due uguali. Per fortuna qua e là qualche pianta ingentilisce la prospettiva sconsolante, ma riflettendo scelte sempre e rigorosamente anarchiche: qua un banano, là una araucaria, più oltre un abete rapito cinicamente alle sue montagne e un povero cedro, mutilato orribilmente per recuperare la luce che sottrae crescendo dove il solito allocco lo ha piantato: a sud, davanti alle finestre di casa. L’inverno padano schianta poveri oleandri orfani delle fiumare calabre.
Capita dopo vent’anni di rivedere tratti di costa dell’Imperiese e di trovarli tutti bellamente coperti dal calcestruzzo. Ci si informa e si chiede: ma non c’era la legge Galasso? Non c’erano vincoli di Soprintendenza? Non c’erano piani regolatori che salvaguardavano le aree? Certo che c’erano, ti rispondono, e ci sono ancora. Vincoli che valgono per tutti meno una categoria: i coltivatori diretti. La ex costa verde è ora punteggiata di villette: il coltivatore doveva costruire la casa per sé. Poi la casa per il coadiutore, di solito il figlio. Poi il ricovero per il trattore. Poi, dopo qualche anno, il ricovero del trattore è diventato qualcos’altro e se n’è dovuto costruire uno nuovo. La legge c’è, ma ha un bel varco attraverso il quale passa chi vuole.
Se poi dalla campagna e dal mare si va in città, balza subito all’occhio il buco del nostro codice penale che non prevede l’ergastolo per leso decoro. Le insurrezioni nelle banlieues intorno a Parigi hanno riproposto un problema che diventa serio tutte le volte che ci si dimentica dell’antica saggezza greca: è l’uomo la misura di tutte le cose. In un contesto urbano un edificio non può essere cosa a sé ma va integrato in funzione di chi lo deve abitare. Da noi - osserva Mario Botta - le periferie sono spazi residui, non progettati.
«L’Italia - scrive Paolo Pejrone - sta diventando un posto pieno di “scatoloni” appoggiati, conficcati e dispersi: in questo offensivo e stupidissimo modo abbiamo rovinato il nostro affascinante, elaborato e antico paesaggio agricolo... Intorno a questi capannoni non viene mai piantato un albero: il verde è ancora guardato con sospetto e antipatia da tutti, amministratori compresi».
E così interi quartieri sorgono come semplice sommatoria di operazioni immobiliari, senza un meditato disegno degli spazi collettivi che rispondano a tutte le esigenze normali di vita: servizi, svago, luoghi di incontro e di lavoro. Il Comune incassa gli oneri di urbanizzazione ma non sempre li convoglia sulle aree che li hanno prodotti. E così la vecchia discarica che ormai confina col centro abitato resta tale e il progettato parco resta sulla carta. I quattrini sono finiti a finanziare la costruzione di due fontane e una rotonda davanti al municipio.
Le piaghe dell’edilizia si rendono clamorose nel caso dei cosiddetti ecomostri, orrori dotati di resistenza all’abbattimento più coriacea del virus dei polli. Ma microorrori balzano all’occhio quando il funzionario della Soprintendenza ti racconta sconsolato di progetti di ristrutturazione su edifici del XXII secolo approvati per sfinimento. Le antiche murature larghe un metro sono state sostituite da muri di prisme larghi trenta centimetri. Venti metri quadri di superificie così recuperati hanno portato nelle tasche del venditore un bel gruzzolo.
Il museo degli orrori registra quotidianamente nuovi ingressi annunciati da intere pagine di pubblicità sui giornali: nuove villette sul lago di Garda o sotto il Cervino. Il fatto che vengano immesse sul mercato testimonia che sono state realizzate non per soddisfare un fabbisogno abitativo dei locali ma per pura attività commerciale. In realtà le esigenze da soddisfare sono soprattutto quelle del Comune, ridotto ormai a recuperare quattrini dal consumo del proprio territorio, una operazione alla lunga suicida, sia per l’ambiente che per la stessa economia del municipio. Ma le elezioni incombono e la gente premia chi offre di più. Del doman, diceva un brillante amministratore di cinque secoli fa, non v’è certezza.
(1. Continua)