EDITORIALE Il mondo non finisce ad Arcore

Siete davvero convinti che tutto il malessere (o il benessere) degli
italiani dipenda dal Cav e dalle sue comparsate alluvionali in tv?

Ma siete davvero convinti che tutto il malessere (o il benessere) degli italiani dipenda da Berlusconi e dalle sue comparsate alluvionali in tv? Siete davvero convinti che l'Italia sia trascinata nel baratro dal declino del suo leader, dato per bollito? Vi siete troppo info­gnati nella vicenda italiana e non riuscite più a vedere gli scenari più grandi di noi e le ragioni profonde e strutturali del presente. In Spagna crolla il mito di Zapatero e il suo governo, gli Indignados non reagiscono a don Silvio Berluscones e alla sua Derecha (la destra), ma alla Izquierda (la sinistra) e al suo fallimento; in Germania e negli Stati Uniti, in Francia e in Austria, i governi de­strorsi e sinistrorsi perdono consensi. La de­stra estrema avanza quasi ovunque nel nord Europa perché cavalca il malconten­to. Ma lo cavalca, non lo inventa: il malcon­tento è autentico, diffuso e contagioso.

E noi facciamo risalire il malessere italia­no a qualche battuta greve o fuori posto, a qualche eccesso di promesse e di tv, a pur deprecabili intemperanze sessuali o barzel­lette... In realtà, se alziamo un po' gli occhi, ci rendiamo conto che i veri problemi del nostro Paese sono i problemi del nostro tem­po. La percezione della crisi è globale ed epocale, non può essere casereccia o televi­siva. Il precariato, il rincaro della benzina, la diffusa sensazione di un impoverimento, la difficile integrazione dei flussi migratori, l'insicurezza sociale, l'incapacità di uscire dalla crisi dei consumi, gli abusi di sesso e di potere (vedi il caso Strauss-Kahn o la tempe­­sta pedofila sulla Chiesa), colpiscono l'Occi­dente e i suoi santuari religiosi, laici e finan­ziari. E noi ci crogioliamo nella nostra dome­stica anomalìa, pensando che tutto dipen­da dai prodotti locali e dai vizi del berlusco­nismo. Accecati dai bagliori del nulla nostra­no, abbiamo perso il senso del nostro tem­po e dell'Occidente. Non siamo più capaci di pensare scenari più ampi, ci siamo chiusi in questo provincialismo malato, domina un pensiero corto e malcavato che in realtà non pensa ma si lamenta o elude la verità attraverso l'invettiva e il capro espiatorio.

Ma davvero credete che facendo saltare il tappo del berlusconismo avverrà la libera­zione d'Italia e la salvezza degli italiani, fini­rà il degrado morale e civile e riprenderà l'economia, la salute e l'occupazione? Vi in­dignano le promesse elettorali della Morat­ti e di Berlusconi, ma sono poca cosa rispet­to alle aspettative enormi che state alimen­tando sul dopo Berlusconi. Per carità, la cri­tica politica va esercitata con implacabile ri­gore, fino in fondo. Ci sono problemi specifi­ci nel nostro Paese che vanno affrontati e denunciati. E viceversa, è doveroso parago­nare le offerte politiche sul campo, sceglie­re mali minori o mali necessari, rispetto a mali peggiori e minacce venture. Ma è tem­po di sollevare lo sguardo, allungare il pen­siero e non ridurre il malessere generale al­la faccia di Berlusconi in tv. Il mondo non finisce ad Arcore.