Edizioni nazionali: le eterne incompiute

In questi giorni partono due nuove grandi imprese letterarie: l'opera omnia dell'Alberti e del Valla. Vedranno mai la fine? Troppo spesso si editano illustri sconosciuti ma mancano Leopardi e Ariosto. Foscolo si trascina dagli anni del fascismo, mentre Petrarca è fermo dal 1964

Milano - La notizia - meravigliosa - è che ne sono partite altre due. La speranza è che arrivino in fondo. Del resto, ogni volta che viene varata l’Edizione nazionale di un autore il rischio, nella peggiore delle ipotesi, è che si areni sulla spiaggia delle buone intenzioni, nella migliore che tocchi riva invecchiata e già da rifare.
La casa editrice Polistampa - l’annuncio è di questi giorni - pubblica i primi volumi dell’Edizione nazionale delle opere di Leon Battista Alberti (si parte col Pontifex) e di Lorenzo Valla (Raudensiane note). Un’impresa straordinaria e meritoria, frutto del lavoro di due eccellenti pool presieduti da Roberto Cardini e da Mariangela Regoliosi. Purtroppo però (il campo delle edizioni nazionali è costellato di «purtroppo»...) il pensiero in questi casi corre a tutte le analoghe imprese che hanno faticosamente attraversato la nostra storia editoriale.

Secondo le leggi dello Stato, l’espressione «Edizione nazionale» sta a indicare la pubblicazione dell’opera omnia di un autore che abbia particolarmente onorato la patria, e quindi viene di norma (di norma, ma non sempre, e spesso in misura non sufficiente) sostenuta con il concorso di risorse economiche pubbliche. Tali edizioni, condotte secondo i più rigorosi criteri filologici, si fondano sulla ricognizione e trascrizione critica dei manoscritti e propongono tutti i testi, editi e inediti, di un autore (la prima di tali meritorie imprese - promossa con Regio decreto del 27 febbraio 1887 - fu la pubblicazione di Galileo Galilei). Comprensibile quindi che si tratti di un lavoro imponente, necessariamente lento e difficile, che comporta un considerevole impegno scientifico da parte di studiosi altamente qualificati e costi giganteschi (lo Stato contribuisce solo in parte, in genere nella misura di un quarto, per il resto occorre affidarsi a fondazioni, istituti culturali, banche, Regioni...). Ma fino a che punto - questa è la domanda - il lavoro deve essere «necessariamente lento e difficile»? Qual è la situazione, insomma, delle edizioni nazionali in Italia?

Chi scrive - il quale ha un paio di scaffali della libreria di casa riempiti da primi, secondi, terzi volumi di varie edizioni nazionali improvvisamente quanto altrettanto misteriosamente arenatesi - si ricorda, ad esempio, l’edizione di Giovanni Boccaccio, diretta da Vittore Branca per Mondadori, durata dal 1964 al 1999, ma rimasta al palo dagli anni Settanta ai Novanta. Riuscì a vedere la fine (mentre i primi volumi già andavano al macero...) solo grazie all’intervento finanziario di Publitalia di Marcello Dell’Utri. O quella di Alessandro Manzoni, edita dalla milanese «Casa del Manzoni», a lungo bloccata e poi per fortuna ripartita con finanziamenti della Fondazione Cariplo e della Ue: presentata con una solenne cerimonia a Palazzo Marino a Milano dal compianto Giancarlo Vigorelli nel 1998, dieci anni fa, ha editato una quindicina dei 36 volumi in programma. O quella di Giovanni Verga, varata da Le Monnier con i finanziamenti del Banco di Sicilia e naufragata - in concomitanza con le sofferenze economiche dell’Istituto di credito isolano e poi con l’entrata nell’orbita della Banca di Roma - dopo una decina di (ottimi) volumi. O - ancora - quella straordinaria dei Commenti danteschi promossa dal Centro studi «Pio Rajna» e pubblicata dalla Salerno editrice: dal 2001 al 2005, cioè fino a quando ha potuto contare su finanziamenti sufficienti, ha prodotto otto volumi, poi è stata gambizzata dal ministro Rutelli che ha tagliato i fondi: zero euro per il 2006 e appena 30mila per il 2007. A fatica la stessa casa editrice porta avanti l’opera omnia di Niccolò Machiavelli e di Pietro Aretino.

Certo, esistono anche casi in cui le edizioni procedono spedite, come quelle di Pietro Verri, grazie alle Edizioni di Storia e Letteratura (quattro volumi dal 2003 a oggi, quasi uno l’anno, quindi un risultato eccezionale), quella di Benedetto Croce (istituita nel 1991 e targata Bibliopolis, è quasi completata: 23 su 25) o quelle pubblicate dalla Marsilio: Carlo Goldoni, Ippolito Nievo e, in preparazione, Carlo Gozzi e Antonio Fogazzaro. Da notare che la casa editrice di Cesare De Michelis ha scelto, in controtendenza, di pubblicare le opere non in edizioni pregiate con prezzi da biblioteca e quindi invendibili, ma in volumi agili, di duecento pagine al massimo che possano stare tranquillamente sul mercato, con prezzi fra i 20 e i 30 euro. Poche gocce di buone notizie diluite in un mare di pessimismo.

Le edizioni nazionali, oltre a costare un vero e proprio patrimonio, mobilitano i cervelli migliori delle nostre accademie. Chiaro che una volta messi in campo così tanti soldi e così tanti ingegni, ci si aspetti che tali «monumenti» onorino il fior fiore del genio italico. Curiosamente invece - per la pressione di alcuni istituti più ricchi di altri o di fondazioni più vicine alle banche di altre - delle 78 edizioni nazionali attualmente operanti in Italia, ne esistono di illustrissimi «minori» come lo storico Flavio Biondo, o Giuseppe Cafasso (sic) o il matematico Federigo Enriques. Ma mancano, ad esempio, Giacomo Leopardi (per fortuna c’è la vecchia edizione Mondadori curata dal Flora), o Ludovico Ariosto, o Vincenzo Monti (diversi progetti, poi, morto Gennaro Barbarisi, si è fermato tutto: molte riunioni, convegni, atti ma nessuna opera).

Edizioni nazionali, odissee editoriali. Spulciando i dati aggiornati al 2008 fornitici dal ministero per i Beni culturali, si scopre più di una curiosità. Ad esempio, l’edizione nazionale delle opere di Gaetano Donizetti, partita nel 2001 e pensata in 35 volumi complessivi (a oggi ne sono usciti dieci), ha come data di conclusione prevista il 2071 (ma forse è un refuso per 2017). E quella di Giovanni Pierluigi da Palestrina non la vedremo finita prima del 2025. Da parte sua, Antonio Gramsci - nume intellettuale della Patria - da questo punto di vista è stato completamente dimenticato, almeno fino a oggi: l’Edizione nazionale del pensatore marxista, grazie alla «Fondazione Gramsci» e a Mediobanca, è stata istituita solo nel 1996. Su un piano editoriale di 25 volumi per ora ne sono usciti due. E mentre sulla cultura patria aleggia ancora il fantasma di Ugo Foscolo, protagonista di un’edizione Le Monnier che si trascina dal 1933 a oggi lungo 23 faticosissimi volumi, Francesco Petrarca, il poeta italiano più famoso al mondo dopo Dante Alighieri (alla cui opera omnia peraltro la Società dantesca italiana sta lavorando dal 1932), a rigor di filologia in patria risulta semisconosciuto. A tutt’oggi non esiste un’opera omnia degna di questo nome. Nel 2004, a 700 anni dalla nascita, è partita un’edizione speciale, quella cosiddetta «del centenario», mentre la «classica» edizione nazionale è ferma dal 1964. La Commissione - tanto per dare una speranza ai petrarchisti - fu «provvidamente» istituita con legge dello Stato italiano nº 365 dell’11 luglio 1904. In occasione del sesto centenario della nascita del poeta.