Come educare i figli? Una lettrice tenta di scrivere le regole

Caro direttore,
una ragazza intelligente, giovanissima neo/mamma mi chiede: «Ci sono regole per “tirar su bene un figlio”?». E la risposta immediata è un sorriso, che mi serve anche per prendere tempo: «Certamente l’amore, quando è pacato, concreto e rivolto al bene materiale e affettivo del figlio non è una regola, ma è un buon inizio. Vale anche in previsione delle ribellioni adolescenziali che dovrebbero farci capire – a quel punto – che l’adolescente si sta mettendo alla prova cercando la sua autonomia». Lo sguardo attento, quasi senza un battito di ciglia mi sprona a proseguire. «Ma per arrivare all’adolescenza c’è tempo. Conviene partire dai primi vagiti tenendo ben presente che il ruolo materno, anzi genitoriale è determinante nel futuro dei figli e quindi fin dalla culla dobbiamo mandare i primi segnali, le prima indicazioni e - con dolce fermezza - incanalare potenzialità e reazioni. Ho sempre pensato che, quando le madri si comporteranno allo stesso modo con i loro figli - indipendentemente dal loro sesso - avremo iniziato un percorso che apre nuove prospettive alla società. Ognuno eviti di farsi servire, ognuno si dia un traguardo di autonomia in tutte le manifestazione del convivere. Un buon educatore dedicherà particolare attenzione ai sentimenti, per formare uomini e non soltanto maschi. Per formare donne e non soltanto femmine. Con buon senso e partecipazione costante, attuerà un progetto di parità e di rispetto. E poi, saranno i tuoi figli ad insegnare a te qualcosa, perché ognuno di loro è un universo a sé e sarà bene tenerne conto con il massimo collaborativo rispetto». Edvige, la giovane amica sussurra pensierosa: «Credo di aver capito, ma... poi?». «Poi, man mano che la sua personalità cercherà di esprimersi, imparerai a favorirlo in ciò che serve alla sua formazione, imponendoti di non indulgere ai primi segni di prepotenza o egoismo. Ti renderai conto che è anche opportuno non assecondare capricci ed esigenze momentanee e ingiustificate. Questo in teoria. In pratica avrai cedimenti naturali e comprensibili, ma ci sarà sempre l’affetto a guidarti, vedrai!». Vorrei aggiungere tante cose, ma sono certa che la vita è maestra anche in questo affascinante, impervio terreno nel quale – talvolta – è l’eccessiva condiscendenza a gettare le basi del fallimento educativo. Qualche «no», tanta fermezza e tenerezza a self-service. E infine, aprire una grande porta alla speranza.

La lettera è preceduta da una domanda: «Direttore, può dirmi se e dove ho sbagliato?». Ho letto e riletto: no, cara Renata, non c’è niente di sbagliato. I tuoi sono consigli giusti, da persona sensibile e sincera, onesta e buona. Affettuosa. Però, se proprio devo essere sincero, come si usa in questo spazio, mi domando se non sia un errore voler fissare su carta delle regole per l’educazione dei figli. Sono sempre troppe o troppo poche, manca qualcosa o c’è qualcosa di troppo. La verità è che non esiste il manuale del perfetto genitore, non esiste il bignami della mamma, la garzantina del papà, nessun Internet potrà inventare il wikipedia del perfetto nonno. Il fatto è che siamo così abituati alle scorciatoie e alle semplificazioni che non ci par vero che esista un ambito della nostra vita in cui le scorciatoie e le semplificazioni non esistono. Non ci par vero che esista un solo modo per diventare genitori: diventarlo davvero, fino in fondo, con tutto quello che comporta: rischi, gioie, dolori, e fallimenti compresi.