Edwards e Obama alleati contro Hillary

da Washington

Bisogna fare un certo sforzo, lo ammetto, per convincersi che la «primaria» di domani in uno fra gli Stati più piccoli e meno popolati degli Usa potrebbe davvero decidere le sorti delle elezioni presidenziali, che chiameranno alle urne 200 milioni di elettori il 4 novembre. Eppure potrebbe essere davvero così e il sospetto, o almeno la curiosità, si è accresciuto nelle ultime ore per il modo in cui alcuni fra i contendenti hanno ritenuto possibile, e dunque tentato, il colpo di ko nei confronti dei loro rivali di partito. Due giornate abbondanti di comizi, appelli, apparizioni pubbliche ad ogni pensabile occasione nelle cittadine e nei Paesi del New Hampshire, culminate nel doppio dibattito di sabato sera, che ha visto nello stesso auditorium, sia pure separati da pochi minuti, i sei aspiranti alla candidatura repubblicana alla Casa Bianca e i quattro superstiti della selezione già avviata in campo democratico.
E non sono state due chiacchierate, bensì due scontri proprio nello stile di una gara ad eliminazione. Altrettanti bersagli, in un caso Mitt Romney, il momentaneo favorito che si può e si vuole fermare, nell’altro Hillary Clinton, l’ex favorita in declino cui si vuole dare il colpo di grazia. Nel dibattito fra i democratici questo aspetto personalistico è stato più evidente, un po’ perché le opinioni della Clinton, di Obama, di Edwards e di Richardson sono in realtà molto simili, un po’ perché le animosità si erano andate accumulando nelle ultime settimane e in particolare durante la campagna nell’Iowa. Sconfitta in contropiede da Obama, Hillary aveva bisogno di una controffensiva immediata con l’obiettivo di far perdere l’equilibrio al suo principale rivale, puntando sulla sua «fragilità», sulla mancanza di esperienza e sulla supposta volubilità. E Hillary ha picchiato duro mentre Obama sembrava un po’ intimidito. Ma in quel momento è emerso dalla sua «tana» John Edwards, il «terzo uomo» che non ha capitolato ma che ha scelto, tatticamente, l’alleato e l’avversario. Quando Hillary ha suggerito una certa ipocrisia da parte di Obama, Edwards ha dato la stura alla sua «catilinaria»: «Tutte le volte che qualcuno vuole cambiare qualcosa, le forze dello status quo attaccano. E con argomenti che non si sentivano dalla bocca della signora Clinton quando lei era davanti».
E Hillary è stata costretta sulla difensiva per il resto del dibattito, dovendo tollerare perfino la domanda non proprio cortese del moderatore: «Perché lei piace meno?». E così si è consumato il resto del dibattito democratico, sui toni di una rivalità che non a caso si rispecchia puntualmente nei sondaggi dell’ultima ora, che vedono la Clinton e Obama esattamente alla pari nel New Hampshire, col 33% a testa.
I repubblicani non ci sono andati molto più leggeri, in una situazione più complicata ma abbastanza simile. La differenza è che nel loro dibattito si è parlato anche di politica, c’è stato anche un confronto di idee che almeno in parte ha riscattato le rivalità personali. Emergono comunque le differenze fra i vari filoni di pensiero e di sentimento conservatore: la «destra dei valori» di origine religiosa, rappresentata soprattutto da Mike Huckabee, quella economica incarnata da Rudy Giuliani e da Mitt Romney, quella patriottico-militare il cui esponente più credibile è John McCain e infine quella libertaria rappresentata da Ron Paul. Le proporzioni variano da Stato a Stato e il New Hampshire differisce molto dall’Iowa. Non ha una presenza così massiccia di «evangelici» che hanno catapultato Huckabee al trionfo giovedì scorso, è di orientamenti generalmente più conservatori ma è caratterizzato soprattutto dall’elevatissimo numero di indipendenti, cioè di elettori che domani potranno non soltanto scegliere fra i candidati dello stesso partito, ma anche nella primaria di quale partito votare. È pensabile, per esempio, che dei simpatizzanti repubblicani si tolgano per una volta lo sfizio di votare per un democratico «simpatico» come Obama, ma anche che dei democratici attraversino l’invisibile barriera per aiutare a tenere giù i totali di candidati percepiti come troppo vicini all’attuale e impopolare presidente. Ad esempio Romney che nel dibattito è stato sottoposto a un tiro incrociato, dal «religioso» Huckabee e dal «laico» McCain. Romney ha bisogno di vincere in New Hampshire per rimanere il favorito, McCain può «rimbalzare» nel New Hampshire e ritornare il candidato di scelta dell’America. Il sondaggio dell’ultima ora lo dà in leggero vantaggio, 33 a 27%.