Effetto antidoping sui ciclisti: gli hotel squalificano le squadre

Caccia a Cunego, anche di notte Gli albergatori: non li vogliamo più

Nel ciclismo alberga il caos, ma il problema è che, tra un po’, negli alberghi non ci sarà più posto per il ciclismo. Perché gli albergatori non ne possono più dei ciclisti, del doping, dei controlli, dei controllori, delle invasioni notturne, di provette da archiviare e di documenti da compilare. La vicenda della Lampre – con gli ispettori del Coni che arrivano in albergo alle 22, i corridori fuori a cena che rientrano dopo le 23 e solo allora inizia tutta la trafila dei controlli, conclusisi a notte inoltrata – ha fatto emergere un problema poco ciclistico, ma estremamente pratico: gli albergatori sono stufi. E chiedono regole chiare e rispetto per la loro professione, i loro locali e soprattutto per i loro ospiti.
Vedere il proprio albergo invaso da ispettori, medici e magari anche da polizia, carabinieri e Nas non è certo piacevole e la voglia di cambiare sport è tanta. Non è il caso di Roberto Reggi, 52 anni, titolare de «Il Bambolo» di Castagneto Carducci, figlio di albergatori, che conferma il suo grande amore per il ciclismo: «Il problema c’è in tutta la zona della costa toscana, scelta da squadre professionistiche e di dilettanti per la preparazione invernale. Nel mio hotel lunedì arriverà la Preti Mangimi, poi ci sarà l’invasione delle squadre che sabato prossimo parteciperanno a Donoratico alla prima gara del calendario nazionale, l’Ouverture Nobili Gp Costa degli Etruschi. E a maggio ospiteremo anche una tappa del Giro d’Italia: il fatto è che, più è grande l’avvenimento, più si finisce nell’occhio del ciclone. Ma nessuno ha mai pensato a tutelare noi albergatori che, a nostra volta, dobbiamo garantire la privacy ai nostri ospiti che vengono da noi per cercare pace e relax».
Cosa fare, quindi? «Ho posto la stessa domanda ai miei legali. Il fatto è questo: se arrivano degli ispettori del Coni, della Wada o dell’Uci, per me sono dei semplici medici e non li faccio entrare, come suggeriscono le normali regole di privacy di un albergo. Quindi, se arrivano questi ispettori io chiamo le forze dell’ordine, li faccio identificare e solo su loro espresso mandato li faccio salire dagli atleti. Insomma, il dottor Rossi non lo faccio entrare, l’ispettore Rossi sì ma solo se in possesso del mandato firmato da un magistrato». Il ciclismo porta guai, quindi. «Attenzione – dice chiaramente Reggi -, la lotta al doping è giusta e importante, ma c’è modo e modo di portarla avanti. Oggi il problema riguarda solo e soltanto il ciclismo, ma se domani dovesse cominciare a coinvolgere anche gli altri sport, i rischi aumenterebbero e noi albergatori non li possiamo accettare. E su questa posizione concordano molti miei colleghi». Più moderata, invece, la posizione di Nicola Mele, il direttore dell’Hotel Riva degli Etruschi, coinvolto nel caso Lampre: «Quanto avvenuto non ci farà cambiare idea e continueremo ad ospitare team ciclistici. Il nostro coinvolgimento? Fa parte del gioco, lo accettiamo nel momento in cui decidiamo di ospitare i campioni del pedale. Pubblicità negativa? Mi auguro che non ce ne sia in questa situazione difficile». E difficile in particolare è la situazione per Alessandro Ballan e Damiano Cunego: colpevoli di non aver segnalato i loro spostamenti al Coni (l’hanno fatto solo con la Wada) rischiano di essere deferiti e quindi squalificati con una pena che va da tre mesi a un anno di stop.