Effetto Biagi, la disoccupazione crolla

Record dal 1992 grazie alla flessibilità, sfondato il muro dei 23 milioni di occupati. Forza Italia: basta fango sulla nostra riforma

Gian Battista Bozzo

da Roma

La ripresa dell’economia, in particolare nel settore dei servizi, ha fatto la sua parte. La regolarizzazione degli immigrati ha dato un contributo importante. Ma è soprattutto la diffusione della flessibilità nel lavoro ad aver consentito dati record sul fronte dell’occupazione. Nel secondo trimestre 2006, infatti, il tasso di disoccupazione è sceso al 6,5% (7% destagionalizzato): è il risultato migliore dal 1992, cioè da quando esistono le attuali serie storiche dell’Istat. Per la prima volta è stata superata la soglia dei 23 milioni di occupati.
Nel giro di un anno, il miglioramento sul fronte dell’occupazione è stato notevolissimo: sono stati creati più di mezzo milione di nuovi posti di lavoro (+534 mila unità); il tasso di attività nella popolazione fra 15 e 64 anni si è portato al 63%, crescendo sia nella componente maschile che in quella femminile; inoltre, l’incremento dell’occupazione ha riguardato l’intero territorio nazionale, dal Nord (+0,8% destagionalizzato) al Centro (+0,3%) al Sud (+0,6%).
L’introduzione di flessibilità nei rapporti di lavoro - grazie alle norme contenute nella legge Biagi - ha prodotto risultati positivi: l’occupazione a tempo pieno è aumentata dell’1,7% mentre quella part time cresciuta del 7,1%; l’incidenza dei lavoratori a tempo determinato sul totale degli occupati è arrivata al 13%, con un incremento di 166 mila unità. «La diffusione della flessibilità fra i lavoratori più giovani - spiegano all’Isae - continua a rappresentare una componente significativa dell’espansione dell’occupazione». E adesso, commenta l’ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, «c’è da sperare che di cancellare o cambiare la legge Biagi non si parli più. I dati dell’Istat confermano che il provvedimento funziona, eccome: il mercato del lavoro italiano, cronicamente attestato su modeste variazioni in un contesto di basso impiego - spiega l’esponente azzurro - registra il massimo storico nel tasso di occupazione anche perché, finalmente, si sviluppa il lavoro a tempo parziale».
Se la legge Biagi ha avuto i suoi effetti positivi, un contributo importante alla crescita dell’occupazione, soprattutto nel Nord Italia, viene dagli immigrati: sono 162 mila in più rispetto al secondo trimestre del 2005, 104 mila dei quali dei quali concentrati nelle Regioni settentrionali. «L’effetto immigrazione non spiega tutto - commenta tuttavia l’economista Marco Valli - la flessibilità più elevata consente alle imprese di assumere anche se ritengono che l’attuale ripresa economica non sia sostenibile». Non manca, ovviamente, il contributo della maggiore crescita dell’economia. La crescita degli occupati è però concentrata quasi per intero nel settore dei servizi: nel terziario, infatti, si sono registrate 515mila delle 534mila nuove unità di lavoro, contro le 15mila dell’industria. Un dato che dovrebbe far riflettere il governo, impegnato a concedere un taglio del cuneo fiscale da 9 miliardi di euro a un settore che non crea posti di lavoro.
I dati, secondo i sindacati, rappresentano un segnale positivo, ed è importante che la legge finanziaria non freni la ripresa dell’economia. La Cgil, tuttavia, continua a metter sotto accusa i contratti a tempo determinato e la flessibilità, parlando di «scadimento della qualità occupazionale nel Paese» e di necessità di una «profonda riscrittura» delle norme sul mercato del lavoro. «Basta con il fango e le bugie sulla legge Biagi - replica Simone Baldelli (Fi), componente della commissione Lavoro della Camera - che invece dimostra il suo valore alla prova dei fatti». Baldelli invita il ministro Cesare Damiano - insolitamente taciturno sui dati Istat - a prenderne atto.