Effetto indulto, scarcerata anche la Baraldini

Fini: «In questo Paese non c’è la certezza della pena»

Marianna Bartoccelli

da Roma

Alla fine l’indulto ha «premiato» anche lei. Silvia Baraldini, attivista comunista, condannata nel 1983 negli Stati Uniti a 43 anni di carcere per concorso in evasione, associazione sovversiva, due tentate rapine e ingiuria al tribunale ora è libera. L’ex terrorista doveva scontare in Italia il resto della sua pena e invece: «Finalmente sono una donna libera, ce l’abbiamo fatta, Lucio. Sono stata inserita nell’indulto», ha avvisato raggiante l’amico giornalista, Lucio Manisco. E lui che racconta ai colleghi: «Di solito è una che trattiene tutto, questa volta era davvero emozionata». La Baraldini, poi, telefona a Giovanni Russo Spena, capogruppo al Senato di Rifondazione, il partito che più l’ha sostenuta in questi anni. Chiama Vladimir Luxuria, deputata transgender di Rc, amica con cui ha scritto alcuni testi teatrali. Silvia Baraldini era in Italia dal 1999 e avrebbe dovuto scontare il resto della pena in carcere.
La sua liberazione viene festeggiata da amici e compagni, mentre è criticata dal centrodestra. Primo fra tutti l’ex premier Gianfranco Fini. Per il leader di An questa scarcerazione nasce da un provvedimento, quello dell’indulto, che giudica sbagliato. «Il caso Baraldini è la conferma che la giustizia italiana, come temeva l'amministrazione americana, non è in grado di garantire la certezza della pena. Fra l'altro, proprio l'allora ministro della Giustizia Oliviero Diliberto aveva garantito che avrebbe scontato interamente la pena». Duri anche Ignazio La Russa («Con gli effetti dell'indulto si stanno rimettendo in libertà il peggio della criminalità, del terrorismo e del paraterrorismo. La Baraldini ne è un esempio» sottolinea l’esponente di An) e il leghista Roberto Calderoli («Da noi i terroristi escono e chi invece ha arrestato i terroristi va in carcere», afferma). Dubbioso della scarcerazione Gaetano Pecorella, l’ex presidente azzurro della commissione Giustizia, secondo il quale la Baraldini, accusata di terrorismo, non avrebbe potuto godere dell’indulto e invita il Ministero a fare gli opportuni accertamenti. Più cauto Carlo Giovanardi dell’Udc che ha sottolineato come «si sta parlando di una questione che riguarda il passato remoto», aggiungendo che «in ogni caso, cambia poco perché alla libertà sostanziale di cui Silvia Baraldini godeva già si è aggiunta la libertà formale». Sdegnato il commento di Bruno Berardi, presidente dell’associazione vittime del terrorismo e della mafia: «Le vittime del terrorismo ancora una volta si sono viste umiliate da uno Stato sempre più dalla parte di chi fomenta odio e ribellione. Il terrorismo italiano ha vinto». Gelo da Washington: «No comment, ma ne discuteremo con le autorità italiane».
Perplessità sulla scarcerazione sono arrivate anche dall’Italia dei Valori. Il presidente dei senatori dell’Idv Nello Formisano ha ammesso: «Penso che l’appello rivolto da Giovanni Paolo II ai senatori e ai deputati della Repubblica non riguardasse casi come questo».
La domanda di applicazione dell’indulto era stata proposta il 2 agosto scorso dal legale della donna, Grazia Volo, che assiste da sempre Silvia Baraldini. La quale doveva scontare un residuo di pena fino al 2008 e quindi rientrava nei benefici della recente legge sull’indulto, che prevede il condono della pena fino a tre anni. La Baraldini era agli arresti domiciliari dal 21 aprile del 2001, a causa di gravi motivi di salute. Poteva uscire da casa per andare al lavoro. Aveva trovato un impiego come consulente del comune di Roma.
Durante la sua carcerazione negli Usa, in Italia in molti hanno preso le sue difese, accusando gli Stati Uniti di tenere ingiustamente in galera una nostra connazionale. Da Dario Fo a Franca Rame, da Umberto Eco a Francesco Guccini, da Antonio Tabucchi a Gianni Minà: l’intellighenzia di sinistra s’è subito schierata con l’ex sovversiva. Per anni s’è chiesta a gran voce la sua estradizione. Poi, nel 1999, l’accordo con gli Usa, il rimpatrio e le polemiche. Si sono fatte congetture su un possibile scambio tra il rimpatrio e la strage del Cermis. Comunque un caposaldo era che il ministro della Giustizia americano aveva chiesto garanzie affinché non si procedesse alla liberazione o ad uno sconto della pena per la donna. Che ora è libera.