EFFETTO SERRA

Sarà un caso, ma spesso le notizie più interessanti arrivano durante gli scioperi dei giornalisti. È durante lo sciopero che il governo ha comunicato la raffica di tasse della Finanziaria 2006. È durante lo sciopero, e al calar delle tenebre, che è scattato il blitz che ha riportato Maria in Bielorussia. Coincidenze, sicuramente.
Poi, però, ci sono anche giorni in cui i giornali non fanno sciopero e commentano la vicenda di Maria. L’ha fatto, la scorsa settimana, Massimo Gramellini de La Stampa - uno che ha l’aggravante di essere solitamente un ottimo giornalista - accusando Chiara e Alessandro, gli eroi dell’umanità di Cogoleto, di «mammismo» e di «azione prevaricatoria» e parlando di «comportamento egoista di due individui». Abbiamo già scritto cosa pensiamo della sostanza di questa roba. E, visto che l’autore è attento alla semiotica linguistica, come lui non riesce a definire genitori i signori Giusto, noi non riusciamo a definire in modo diverso da «roba» quello che La stampa ha messo in prima pagina.
Ora, è spuntato un altro purista della lingua italiana. Michele Serra, su Repubblica, dedica la sua rubrica alla censura di chi parla di «mamma», «papà» e «nonne» per definire gli angeli di Cogoleto. A Serra non piace la semplificazione, ma soprattutto la «circonfusione di emotività della vicenda» che porterebbe il pubblico a avere reazioni eccessive. Quindi, l’editorialista di Repubblica conclude invocando deontologia professionale: «Ma vuoi che a qualcuno venga in mente di usarla, di fronte a una parolina così dolce, così vendibile come “nonna“?».
A Serra piacerebbe aumentare la dose di deontologia professionale. Io, che continuerò a chiamarli papà, mamma e nonne, mi accontenterei di aumentare la dose di umanità.