Effetto Tir: gli scaffali si svuotano volano i prezzi di frutta e verdura

Si esce con la lista della spesa, si torna con un bollettino di guerra: latte esaurito, verdura inavvicinabile, il pane oggi c’è domani chissà. L’anno era già iniziato sotto il segno degli aumenti, e ora lo sciopero dei Tir ha provocato i prevedibili, ma non per questo meno preoccupanti, effetti: scaffali vuoti nei supermarket - a partire dalla Sicilia, già messa a dura prova dagli scioperi dei giorni scorsi, e via risalendo lungo la Calabria e a Napoli - e speculazione sui prezzi. A cominciare da frutta e verdura, altamente deperibili e trasportati al 100% su gomma.
Così, raddoppia il prezzo anche di prodotti di stagione come le arance, che normalmente costano 1-1,10 euro al chilo e ora sono passate a 1,80-2 euro: addirittura triplicati i carciofi, che si vendono a pezzo come i gioielli, e sono passati da 40 centesimi a un euro l’uno, addirittura a 1,20 nei mercati più cari della capitale. Stesso destino, anzi peggiore, per quelle varietà non esattamente di stagione, ma che le serre ci hanno abituato a mettere in tavola tutto l’anno: come le melanzane, che in media costano 2,10 euro al chilo e ora si trovano nei supermercati a 3,20 o anche 4 euro al chilo. In testa alla classifica le zucchine, già non particolarmente economiche - 3 euro al chilo la media stagionale -, ma ora schizzate a prezzi da capogiro: il picco è 6,50 euro al chilo, registrati al Centro agroalimentare di Roma, ma sotto i 4,50 euro ormai non si trovano da nessuna parte.
Quando si trovano: l’Ortomercato di Milano, il più grande d’Italia, ieri ha visto arrivare solo il 30% dei camion attesi. Non solo sono venute meno le consegne nazionali, ma anche quelle attese dalla Spagna e dalle coste magrebine: il rischio di non arrivare a destinazione è troppo alto. Le aziende della grande distribuzione - supermercati e ipermercati - lamentano una perdita di 16 milioni di euro al giorno, da quando sono iniziati gli scioperi.
E il settore molitorio lancia l’allarme: a rischio anche pane e pasta. «Il blocco dei camion ha già provocato il black out produttivo dei nostri impianti- spiega Umberto Sacco, presidente dell’Associazione industriale mugnai d’Italia (Italmopa)- che si ripercuote sui nostri clienti, l’industria dolciaria, i pastifici e i panifici, sia industriali che artigianali».
Ma è solo l’ultimo anello di una catena difficile da spezzare, che arriva da molto lontano, e strangola i consumi degli italiani. Tutto nasce dal caro-benzina, che mette a serio rischio il futuro di tantissime serre e aziende agricole, per molte delle quali si prospetta addirittura la chiusura. Il settore, infatti, necessita di oltre 2 milioni di tonnellate di gasolio – rileva Confagricoltura - soprattutto nel periodo invernale, per riscaldare serre e allevamenti, oltre che per i macchinari: solo nel 2011 le imprese agricole hanno sostenuto un costo aggiuntivo di oltre 2 miliardi di euro, proprio a causa dei continui aumenti dei carburanti, ormai arrivati a livelli record. E già all’inizio di quest’anno la Cia (Confederazione italiana agricoltori) stimava un altro aggravio dei costi superiore ai 2,5 miliardi di euro.
Ma il problema del «caro carburante» si fa sentire anche sulle tavole degli italiani: dove, non dimentichiamo, un pasto arriva dopo aver percorso in media quasi duemila chilometri, percorsi nell’80% dei casi su gomma. E il costo del trasporto incide per il 35-40 per cento sul prezzo finale. Un discorso che vale per tutti gli alimenti, dal latte ai formaggi, dalla carne alla pasta e al pane, ma in particolare - sottolinea la Cia - per frutta e verdura che, essendo prodotti facilmente deperibili, hanno bisogno di essere subito trasportati presso i mercati e scontano più di altri i rincari pertroliferi. «Per far camminare un camion come il mio - racconta un fruttivendolo romano - ora spendo 300 euro a settimana. I pomodori Pachino? Fanno 7,50 euro al chilo. E si sbrighi: perché sono le ultime due cassette. C’è lo sciopero, lo sa?».