Effetto Welby: 7 italiani su 10 ora sono favorevoli all’eutanasia

da Roma

La stragrande maggioranza degli italiani, sette su dieci, sarebbe favorevole all’eutanasia. Il condizionale è obbligatorio perché la ricerca dell’Eurispes dice molto sulla forza della comunicazione e l’impatto sociale che la drammatica e umanissima vicenda di Piergiorgio Welby ha avuto sull’opinione pubblica. Dice meno però sul radicamento e la solidità di queste opinioni per due evidenti vizi di impostazione. È stata condotta tra la metà di novembre e la metà di dicembre dello scorso anno, quando tutta l’opinione pubblica si è sentita coinvolta e sconvolta dalla ferma rivendicazione che Welby ha fatto del suo diritto a scegliere il rifiuto delle cure che lo tenevano in vita. È dunque ovvio che si tratta di una risposta data «a caldo». L’Eurispes conduce queste inchieste da un ventennio e indubbiamente nel corso degli anni c’è stato uno spostamento dell’opinione pubblica. Ma soltanto un anno fa a dirsi favorevoli all’eutanasia erano appena quattro su dieci. Un salto di 26 punti percentuale, dal 42 al 68 per cento in 12 mesi, è un risultato tanto clamoroso, quanto «volatile» come lo definisce lo stesso presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara. In secondo luogo il modo in cui è stata posta la domanda agli intervistati - «Lei è favorevole o contrario all’eutanasia, la possibilità cioè di concludere la vita di un’altra persona dietro sua richiesta allo scopo di diminuirne le sofferenze negli ultimi momenti di vita?» - lascia troppo spazio ad interpretazioni molto diverse fra loro. Oltre ad essere ovvio che tutti si dichiarino favorevoli alla diminuizione della sofferenza.
Il primo a mettere i paletti in questo senso è proprio il presidente della Commissione Sanità del Senato, il professor Ignazio Marino che, insieme a Fara, ha presentato i dati della ricerca che tra l’altro aveva lo scopo di tastare il polso dell’opinione pubblica, in vista della discussione sui disegni di legge messi a punto in Parlamento sul cosiddetto testamento biologico, ovvero la dichiarazione anticipata di volontà. Marino infatti si dice convinto del fatto che per eutanasia in questo caso gli intervistati non abbiano inteso quella «attiva» comunemente intesa, ovvero un’iniezione letale somministrata col consenso del malato. «Esiste una differenza enorme tra la sospensione delle terapie e l’eutanasia perché la terapia è un atto esterno alla nostra condizione di vita naturale - dice Marino -. Nessuno dei disegni di legge che stiamo prendendo in esame, compreso il mio, punta a favorire percorsi eutanasici o di assistenza al suicidio: non stiamo discutendo di questo. Il testamento biologico non c’entra nulla con l’eutanasia. Non vogliamo una legge per staccare la spina ma per scegliere a quali terapie vogliamo essere sottoposti anche nel caso in cui non fossimo più in grado di dirlo».
L’indagine Eurispes evidenzia pure che il 74 per cento degli italiani è favorevole all’introduzione di una legge sul testamento biologico. L’84 per cento sa che si tratta di una dichiarazione anticipata della propria volontà in merito ai trattamenti sanitari ai quali essere sottoposto, in caso di stato vegetativo permanente o di gravissime patologie. Gli italiani però hanno idee molto confuse, ad esempio, su quello che significa «accanimento terapeutico». Il 41 per cento ha risposto che significa prestare cure che prolungano la vita di un paziente senza speranza di guarigione ma il 32,2 pensa che significhi tenere in vita artificialmente un individuo irreversibilmente privo di coscienza.
Il ddl sul testamento biologico e l’eutanasia dovrà fare i conti con il secco no del centrodestra, sostenuto da una buona fetta della società civile e dai medici cattolici. Le associazioni Valori e Libertà, Movimento per la Vita, Magna Carta e Progetto Osservatorio rappresentate rispettivamente da Laura Bianconi (Fi), Carlo Casini (Udc), Gaetano Quagliariello (Fi) e Alfredo Mantovano (An), hanno respinto le proposte del centrosinistra giudicando il testamento biologico «un cavallo di troia» per far passare l’eutanasia. Accanto a loro il professor Mario Melazzini, oncologo e ammalato di sclerosi laterale amiotrofica come Welby del quale però, dice «non condivido la scelta anche se la rispetto». Melazzini ha pure presentato il Manifesto per il coraggio di vivere e far vivere promosso dal direttore del Centro di Bioetica dell’Università cattolica di Roma, Adriano Pessina.