Egitto, i militari contro i blogger. E l'esercito finisce sotto accusa

Le autorità egiziane hanno esteso di 15 giorni la detenzione di Alaa Abd El Fattah, titolare di uno dei blog più cliccati in Egitto (www.manalaa.net). Nessuna accusa contro di lui, se non quella di aver criticato le autorità

Le autorità egiziane hanno esteso di 15 giorni la detenzione di Alaa Abd El Fattah, titolare di uno dei blog più cliccati in Egitto (www.manalaa.net). Alaa è stato arrestato dalla polizia il 30 ottobre, dopo essersi rifiutato di rispondere alle domande del procuratore militare su un presunto coinvolgimento nelle violenze scoppiate il 9 ottobre nel centro del Cairo tra manifestanti copti e soldati. Negli scontri morirono 26 persone.

Il blogger, attivista noto nel Paese, non è formalmente accusato di nulla. Nonostante ciò, rimane in carcere. Dalla cella, tramite la moglie Manal, scrive e a raccontare di condizioni di vita terribili. La sua detenzione, la sua fama, la campagna mediatica che ha suscitato l'arresto, lo sciopero della fame della madre hanno attirato l'attenzione internazionale e suscitato critiche nei confronti dei militari che dalla caduta di Hosni Mubarak reggono le sorti del Paese.

L'esercito, che a febbraio era diventato l'eroe della piazza rivoluzionaria per non aver puntato i fucili contro i manifestanti, oggi, a pochi giorni dalle elezioni, è accusato di utilizzare gli stessi metodi dell'ex regime: arresti arbitrati, tribunali militari, tortura. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, soltanto quest'anno, l'anno della caduta del dittatore, sono stati processati da corti militari oltre 12mila egiziani.

Per Sarah Leah Whitson, di Human Rights Watch, la detenzione di Alaa Abd El Fattah è un "ovvio tentativo di colpire uno delle voci più critiche dei militari", e dimostra come l'esercito si stia affidando allo stesso copione dell'ex regime, "accusando attivisti di offese assurde e vaghe". Negli stessi giorni in cui le autorità militari prolungavano la detenzione di Alaa Abd El Fattah, un altro attivista e blogger, Bahaa Saber, è stato chiamato a rispondere alle domande di un procuratore militare, accusato come Alaa di aver partecipato a violenze il 9 ottobre.

Il giovane ha rifiutato di presentarsi, dicendo di essere pronto a parlare soltanto a un giudice civile. Ed è ancora un altro atto dei militari contro la libera espressione via web a far sollevare le critiche delle organizzazioni per i diritti umani: sempre a ottobre un tribunale civile ha condannato a tre anni di prigione Ayman Youssef Mansour per "insulti all'islam" e "incitazioni all'odio settario" sulla sua pagina Facebook. La sentenza riporta alla mente e all'attenzione delle cronache il caso di Kareem Amer, 22 anni, che ha passato tre anni in carcere dal 2007 al 2010, accusato dal regime di aver insualtato l'islam e il rais Mubarak sul suo blog.

Il ragazzo aveva criticato l'università di Al Azhar, la più importante istituzione dell'islam sunnita, e denunciato il ruolo dei musulmani negli scontri settari tra copti e islamici ad Alessandria nel 2005. Dopo la caduta di Mubarak molti credevano nell'avvento di un'era di maggiore libertà di espressione.

Le aspettative si sono infrante ad aprile, con l'arresto del blogger Maikel Nabil Sanad, 25 anni, un copto laico che ha sostenuto la rivoluzione e si era definito uno dei pochi attivisti pro Israele in un Paese in cui la normalizzazione con i vicini è ancora un tabù. E' stato fermato dalle autorità dopo un post intitolato "L'esercito egiziano è con la rivoluzione?", dove metteva in questione il ruolo dell'esercito nella rivolta.

Oggi è ancora in carcere e il suo caso non è stato seguito dai mass media tanto quanto quello di Amsaa Mahfouz, nota attivista del movimento giovanile 6 Aprile, accusata di aver diffamato i militari sul suo profilo Facebook ma perdonata in agosto. La blogsfera egiziana fa paura alla giunta militare che dovrebbe traghettare il Paese alla democrazia allo stesso modo in cui faceva paura al regime di Mubarak.

Wael Abbas (misrdigital.com) è stato il primo ad attirare la pericolosa attenzione di un regime antico e poco abituato a gestire il dissenso telematico quando nel 2006 pubblicò sul suo blog crudeli immagini degli abusi sessuali della polizia su Imad Al Kabir, austista di autobus. Gli agenti avevano ripreso la scena con il telefonino per poi spedire il video ai colleghi dell'uomo, per umiliarlo. In seguito alla pubblicazione delle immagini online, i giudici condannarono a tre anni di carcere i poliziotti in una prima assoluta per il regime di Mubarak.