Egitto, irruzione all’alba Liberati i turisti italiani

I rapitori braccati dalle forze speciali hanno rilasciato gli italiani. La soddisfazione del governo: &quot;Evitato il peggio&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=294372">Il riscatto era pronto ma non è stato pagato</a></strong>. Dopo dieci giorni di angoscia: <strong><a href="/a.pic1?ID=294374">&quot;Scusateci per il disagio&quot;</a></strong>

Conta questo: che gli undici turisti europei sequestrati in Egitto il 19 settembre scorso insieme con gli otto egiziani che avevano ingaggiato come guide sono liberi, stanno bene e prima che questo giornale arrivi in edicola saranno già nelle loro case (di Torino e dintorni i cinque italiani che facevano parte del gruppo). Come siano stati liberati - se con un blitz al quale hanno partecipato anche forze speciali italiane, come raccontava compiaciuto ieri pomeriggio il ministro degli Esteri Franco Frattini, o senza alcun blitz, come sosteneva il capo del governo, Silvio Berlusconi - è materia ancora controversa sulla quale si discuterà parecchio, lungo la direttrice che unisce la Farnesina, Palazzo Chigi e il Parlamento.

Non si parla per niente, invece, di riscatto. Su questo, almeno, sono tutti d'accordo. Dice dunque Frattini (che strada facendo ha però corretto il tiro, dicendo che gli italiani c’erano, ma stavano a guardare) che alla liberazione degli ostaggi «hanno partecipato anche uomini dell'intelligence e delle forze speciali delle Forze Armate italiane». Lode alla professionalità, all'efficienza degli incursori, naturalmente, e nota di demerito (ma questo lo diciamo noi, non Frattini) alla banda di sequestratori che sembravano mammasantissima e si sono rivelati dei polli, lasciando sul terreno sei uomini, uccisi in uno scontro a fuoco con un reparto delle forze di sicurezza sudanesi al confine col Ciad.

Uomini dell'intelligence italiana e un team del 9º reggimento Col Moschin - questa, infine, la verità accreditata - erano da tempo sul posto per seguire gli sviluppi della vicenda. È prassi normale che nel caso di rapimento di cittadini stranieri, un eventuale blitz venga condotto anche con il concorso di operatori del Paese da cui provengono gli ostaggi. Nel caso specifico, però, le forze speciali italiane non sarebbero intervenute e l'operazione sarebbe stata condotta esclusivamente dalle forze di sicurezza egiziane. Questa la versione diffusa in serata, che smentirebbe dunque l'iniziale, forse troppo euforica ricostruzione di Frattini.

Lo scontro dell'altra sera, conclusosi con la morte di sei predoni (un incontro «ravvicinato» casuale, si punta a dire ora) avrebbe indotto il resto della banda a dileguarsi. La «lezione» impartita ai banditi senza frontiere che incrociano fra Egitto, Sudan, Ciad e Libia in cerca di prede facili è tuttavia esplicita. Ed è quel che più interessa alle autorità egiziane: la macchina da soldi del turismo non tollera interferenze, e che per chi tocca la gallina dalle uova d'oro non c'è pietà.

Gli 11 turisti europei e gli otto accompagnatori egiziani, dicono a Khartoum, capitale del Sudan, sono stati trovati ieri mattina da militari dell'esercito egiziano in una zona al confine tra i due Paesi, nell'area del Gebel Uwainat dove i 19 erano stati tenuti segregati fin dall'inizio. Questo almeno - in una vicenda dai troppi lati ancora oscuri - è quanto sostiene il direttore del protocollo del ministero degli esteri sudanese, Ali Yousif, che passa per una persona seria. Secondo la sua ricostruzione, la fine dell'incubo per gli ostaggi andrebbe collocata nella serata di domenica, qualche minuto dopo lo scontro a fuoco tra militari (sudanesi, non egiziani, insiste Ali Yousif) e banditi. Di fronte alla mala parata, con sei compagni già nella polvere, centrati dal fuoco dei militari, i sopravvissuti hanno deciso di battere in ritirata abbandonando gli ostaggi con le loro jeep. A quel punto, dicono sempre fonti di Khartoum, i 19 (ex) ostaggi si sono diretti verso il confine egiziano, dove sarebbero stati trovati e soccorsi nelle prime ore del mattino (di lunedì) da militari cairoti. Ma anche qui, come ciascuno capisce, c'è qualcosa che non quadra. Se gli ostaggi erano a poche centinaia di metri dai militari sudanesi usciti vittoriosi dallo scontro con i predoni come mai non sono stati gli stessi militari di Khartoum a soccorrere i rapiti? E perché, a loro volta, i sequestrati avrebbero scelto di marciare nella notte in direzione dell'Egitto (c’erano cartelli stradali, all'intorno, che indicavano la via?) È il giallo avvolto nel mistero che fin dalle prime battute ha circondato questa bislacca, stravagante vicenda.