Egitto, l’America ora punta su Suleiman

Nelle strade l’esercito fraternizza coi manifestanti, nei palazzi
l’élite si accorda con Obama sul destino di Mubarak: o resta pro
forma o lascia. Ma con la garanzia che i Fratelli musulmani
rinunceranno alla presidenza. Intanto Teheran cavalca la protesta: <strong><a href="http://stage.ilgiornale.it/a.pic1?ID=503939">&quot;Una vittoria dell'islam contro gli Usa&quot;</a></strong>

Il Cairo - Per i manifestanti di piazza Tahrir è il venerdì finale, quello della cacciata da palazzo del rais. Il centro del Cairo, cuore del dissenso degli ultimi giorni, era fino a poche ore fa un campo di battaglia. Ieri, l’atmosfera era completamente cambiata. Dove mercoledì volavano i sassi e le molotov, ci sono ora famiglie che fanno pic-nic, mamme che riempiono di formaggio bianco le tipiche pagnotte arabe schiacciate, signori che offrono datteri secchi, uomini e donne che pregano. Le violenze delle scorse ore non hanno svuotato la piazza, al contrario sembrano avere irrobustito la volontà dei manifestanti anti-regime. Sono centinaia di migliaia le persone che ieri si sono riversate nel centro del Cairo. Si tratta della solita folla variegata, che porta ancora i segni degli scontri dei giorni prima: ci sono giovani uomini e ragazzi con le bende in faccia, con un braccio o una gamba fasciati.

Il servizio d’ordine messo in piedi dai manifestanti è diventato imponente: per accedere alla piazza è necessario mostrare i documenti e svuotare la borsa diverse volte. E anche la collaborazione tra i nuovi occupanti del centro e l’esercito sembra aumentare di ora in ora. «Siamo qui per proteggervi, i sostenitori del governo non entreranno», dicono i soldati ai megafoni mentre fuori, oltre le barriere, si formano piccoli gruppi di fan del presidente.
Le garanzie dell’esercito aiutano a rendere rilassata l’atmosfera in piazza, mentre fuori si formano lunghe code per accedere alla manifestazione, come se fosse un concerto o una partita di pallone.

Che ieri per diversi motivi ha attirato anche personaggi vicini al regime o volti noti della politica del Paese. Il ministro della Difesa, Mohammed Tantawi, ha fatto la sua comparsa nel centro del Cairo, più per passare in rassegna le truppe che per intrattenersi con i manifestanti. La piazza ha reagito con maggior entusiasmo all’arrivo di Amr Moussa, il capo della Lega araba. L’ex ministro degli Esteri è uno dei personaggi politici più popolari del Paese. Le voci più maliziose raccontano che a suo tempo Mubarak, accortosi del successo popolare del suo ministro, gli abbia offerto l’esilio dorato della Lega araba per allontanarlo da palazzo. Molti per le strade del Cairo farebbero una croce sul suo nome se si votasse domani per la presidenza. Anche la cultura pop egiziana aveva intercettato l’entusiasmo per Moussa, mescolandolo alla propaganda anti-israeliana: «Ana bakrah Israel, wa baheb Amr Moussa», «odio Israele e amo Amr Moussa», cantava anni fa Shaaban Abdel Raheem, un cantante popolare.

In piazza, il signore della Lega araba ha tentato di parlare alla folla, ma non ci è riuscito: erano troppo forti le grida in suo sostegno. Moussa, poche ore prima di farsi vedere a Tahrir, aveva rilasciato un’intervista dicendo di non escludere una sua candidatura alla presidenza. Una discesa in campo, la sua, che aggiunge un nuovo nome negli scenari del dopo Mubarak.

E mentre la piazza canta e balla al ritmo dei tamburelli, dalla stampa internazionale arrivano voci confuse e indiscrezioni sulla exit strategy del regime. Il New York Times ha scritto che l’Amministrazione Obama starebbe discutendo assieme a funzionari egiziani: Mubarak si dimetterebbe subito e i poteri passerebbero a Omar Suleiman. Ma il vice presidente ha detto due giorni fa in un’intervista che il rais «non farà la fine di Ben Ali», il leader tunisino fuggito in Arabia Saudita. I militari svolgerebbero un ruolo nella transizione e sarebbero aperti colloqui con le opposizioni, compresi i Fratelli musulmani. Il movimento islamista ha fatto sapere ieri che se il rais se ne andasse subito, il gruppo non presenterebbe un suo candidato alle presidenziali.

Altre voci sono rilanciate dall’emittente Al Arabiya: il presidente egiziano resterebbe al potere nei prossimi mesi solo formalmente. Suleiman avrebbe accettato alcune delle proposte avanzate da un «comitato dei saggi»: una sorta di costituente formata da personaggi della società civile con il compito di riscrivere la Carta fondamentale, spiega l’analista Issandr Al Amrani, con Mubarak presidente solo sulla carta. Il primo ministro Ahmed Shafik ha smentito la notizia.