In Egitto, l'epilogo della crisi degli ostaggi rimane un mistero

Per il Cairo ci sarebbe stata un’operazione congiunta per assicurare la liberazione degli ostaggi, gli ex prigionieri egiziani dicono invece di essere stati abbandonanti in mezzo al deserto e nel Paese la questione diventa politica<br />

In Egitto è scoppiata la polemica su come il governo abbia agito durante i giorni del sequestro di undici turisti europei (nove italiani) e le loro otto guide locali. Gli ostaggi sono stati liberati, stanno bene e il rapimento è terminato nel migliore dei modi dopo dieci giorni. Ma al Cairo ora si rincorrono ipotesi e polemiche sul ruolo delle autorità nazionali.

Gli ex prigionieri egiziani, che hanno nei giorni scorsi rilasciato interviste ai mass media internazionali, raccontano che non ci sarebbe stato nessuno raid dell’esercito; che i rapitori, una quarantina di uomini che parlavano arabo poco e male, avrebbero abbandonato il gruppo in mezzo alle dune con un quattro per quattro e poca benzina; che i turisti e le guide avrebbero poi guidato per oltre duecento miglia fino all’incontro con le forze di sicurezza egiziane. I soldati avrebbero puntato le armi agli ex ostaggi, pensando fossero ancora assieme ai rapitori. Questo è quanto ha raccontato Miloud Abdel Wahab, uno degli otto egiziani prigionieri, in una recente intervista.

Le informazioni sono contraddittorie. Il governo egiziano dice invece che gli ostaggi sarebbero stati liberati grazie a un’operazione e i mass media nazionali hanno scritto di un eroico raid. “Una buona notizia per le autorità – scrive il New York Times – spesso accusate di non essere affidabili”. Il portavoce dell’esecutivo Magdi Rady sostiene che si sia trattato di “un’operazione congiunta tra Egitto, Sudan e Germania, con un po’ di aiuto dall’Italia”; il capo di Stato maggiore Hussein Tantawi ha detto che la metà dei rapitori sarebbe stata uccisa e che i tedeschi non sarebbero stati coinvolti nell’operazione.

Nelle ultime ore, i resoconti della stampa e del governo sono stati messi in discussione sia dalle interviste rilasciate dagli ex prigionieri sia da personaggi politici egiziani, come il deputato Handy Hassan, che ha chiesto l’apertura di un’inchiesta anche sull’utilizzo dei mass media da parte di governo e autorità.