Egitto, oggi al via il votoCosì la primavera araba finisce in piazza Tahrir

<strong>REPORTAGE</strong> / Quaranta milioni di egiziani andranno a votare per le prime votazioni del post Mubarak. Ma solo nella capitale c'è aria di cambiamento

Accovacciati sul ciglio della strada, davanti a una bassa casa dal tetto di paglia, alcuni uomini fumano una pipa ad acqua. Sono contadini, indossano una tunica lunga e in testa hanno un leggero turbante bianco. Sono da poco tornati dai campi e discutono di politica. Alla veglia delle prime elezioni dell’era post Mubarak, gli unici candidati di cui hanno sentito parlare sono quelli dei partiti religiosi - salafiti e Fratelli musulmani - e i membri delle grandi famiglie della zona.

Il Fayoum, oasi a 150 chilometri dal Cairo, è una vasta zona rurale, verde e fertile, in cui sorgono numerosi villaggi. Piazza Tahrir, con i suoi slogan contro i militari, è sugli schermi di tutte le televisioni accese nei caffè popolari, ma è lontana. Qui, come nel resto dell’Egitto più povero e rurale, i nuovi partiti figli della rivoluzione lottano al voto di oggi per trovare spazio e notorietà tra movimenti religiosi e un antico clientelismo sfruttato per decenni dal Partito nazional democratico, espressione dell’ex regime.
Il nuovo più noto è rappresentato dai movimenti religiosi, fino a pochi mesi fa banditi dalla vita politica. «Il partito con più base elettorale e più finanziamenti è Giustizia e Libertà, dei Fratelli musulmani», spiega al Giornale il candidato di uno dei gruppi liberali tradizionali al Fayoum. Qui, lontano dalla luci della piazza, molti politici e attivisti sperano che il voto di oggi sia pulito e calmo. Le vecchie abitudini fanno però fatica a scomparire. Il candidato liberale - che vuole rimanere anonimo - racconta di aver ricevuto la visita di uno sconosciuto che voleva vendergli mille voti. Sul mercato elettorale, un voto costa da 50 a 100 lire egiziane, da 6 a 12 euro.

Nei villaggi del Fayoum, i resti di un passato ancora vicino sono anche i rapporti di clientelismo e il ruolo dei clan in politica, «un fenomeno che c’è ancora, ma che ha perso potere», spiega Yasser Abdel Rahman, candidato del partito salafita Al Nour. Il suo ufficio è nell’affollata strada sterrata del mercato centrale, nel villaggio di Kalamshe, a pochi metri da casse di frutta e verdura. «I Fratelli musulmani e Nour sono i più forti nella zona - dice - altri, come il Blocco egiziano (coalizione di gruppi liberali, nda), non hanno base popolare». Hussein Yassin, candidato di Al Wasat, neonato partito islamista moderato, spiega di non aver avuto molto tempo per la campagna elettorale e pochi soldi per organizzarla, al contrario dei Fratelli musulmani. «Abbiamo lavorato molto, passiamo dieci ore al giorno nei villaggi. Ma come altri, siamo un partito bambino», e ancora poco noto.

La strada conosce infatti gli islamisti della Fratellanza, da sempre la forza politica più organizzata del Paese e l'opposizione più credibile all'ex regime, e i nomi noti di sempre, quelli delle ricche famiglie che per decenni hanno fatto la politica locale nelle file dell’Pnd, perché, spiega Yassin «prima della rivoluzione chi voleva avere un ruolo doveva per forza essere nel partito al potere». Sono famiglie di proprietari terrieri e uomini d'affari, danno lavoro a molti e spesso aiutano i locali quando hanno bisogno di soldi e servizi. Per questi clan, il seggio in Parlamento è sempre stato un obiettivo: garantiva fama, immunità, contatti commerciali.

Al Fayoum, i nomi più noti sono quelli dei membri di due antichi clan della zona di Tameya, quello di Sabet Gammel e quello di Ahmed Abu Talib, oggi candidati. Da decenni i loro parenti sono i volti della scena politica locale, deputati in Parlamento, funzionari del governo. Prenderanno molti voti - spiega Yassin - ma ora le loro famiglie hanno perso l'appoggio dell'autorità e delle forze di sicurezza. Inoltre oggi la scelta politica è ampia. Non è detto che vincano: i giovani non sono più disposti a votare per i “falul“», i resti del regime, in dialetto egiziano. Per Hisham Kassem, editore e analista politico al Cairo, questo sarà l'ultimo Parlamento delle famiglie: quando la democrazia lascerà spazio a nuovi nomi, i lacci del clientelismo si allenteranno.