«In Egitto la rivolta è nata allo stadio»

Per sei anni Ruud Krol, bandiera della grande Olanda di Cruyff ma anche del Napoli, ha lavorato e vissuto in Egitto, allenando sia la nazionale che lo Zamalek del Cairo, la squadra del cuore della famiglia Mubarak.
Sorpreso da quanto accaduto a quelle latitudini?
«Onestamente non molto. La gente contestava Mubarak allo stadio durante ogni partita. Era l’unico posto dove non si correva il rischio di essere arrestati».
Lei ha allenato una squadra molto vicina all’ex presidente egiziano, qualche ingerenza?
«Fin quando ho vinto nessuno si è permesso di dirmi cosa dovevo fare. Quando la squadra ha iniziato ad avere problemi ho preferito andarmene. Non avrei tollerato le interferenze».
Anche in Egitto calcio e politica vivono in simbiosi?
«In tutto il Maghreb è così. Se i leader politici tifano per una squadra, è certo che gli oppositori ne adottano un’altra. Accade anche in Sudafrica, dove ho lavorato di recente».
Mubarak le ha imposto la formazione?
«Mai, ma spesso l’ultimo dei muezzin contava più di me. Nel periodo del ramadan i giocatori digiunavano e quando pregavano interrompevano gli allenamenti senza giustificarsi».
E non ha mai protestato?
«Ho lavorato parecchio all’estero. Mi comporto da ospite e mi sono sempre adattato alle tradizioni altrui».
Il ct Shehata, plurivittorioso, è stato allontanato perché amico di Mubarak.
«In Egitto è in atto un repulisti. Shehata era amato dal popolo e in qualche circostanza ha offuscato l’immagine dell’ex presidente. L’hanno fatto fuori per invidia».
Tornerebbe a lavorare in Egitto?
«Sì. Sono un professionista, ma non è una questione di soldi. Al Cairo c’è povertà, i rapporti umani però sono più autentici che altrove. A volte una parola serve a riempire la pancia».