Einaudi disse sì a De Gasperi Ciampi fece lo stesso nel 2001

Nel ’53 il presidente del Consiglio Dc decise i tempi dello scioglimento. Quasi mezzo secolo dopo, Amato ottenne il rinvio per la riforma costituzionale

Mario Sechi

da Roma

Scioglimento. Intorno a questa parola è in corso un balletto istituzionale tra Quirinale, Palazzo Chigi, Palazzo Madama e Montecitorio. Tutti i poteri dello Stato sono coinvolti ma i primi due, presidenza della Repubblica e governo sono i veri detentori dello scettro. Massimo D’Alema liquida la questione dello scioglimento come un «capriccio di Berlusconi», ma quando il velista diessino fa la strambata linguistica è il segnale chiaro che la faccenda è importante e la flotta della Quercia sta facendo rotta in quella direzione. La vulgata dice che il potere di scioglimento delle Camere è interamente nelle mani del capo dello Stato, una versione che sarà politically correct, ma dal punto di vista costituzionale è incorrect, perché come ha spiegato il professor Augusto Barbera «la tendenza è dire che si tratta di un atto duumvirale, cioè che richiede il concorso di entrambe le volontà». Ciampi e Berlusconi dunque dovrebbero incontrarsi sul terreno della mediazione e - possibilmente - della cortesia istituzionale.
Ciampi ha sempre fatto dell’armonia uno dei principi guida del settennato, dire no alla maggioranza - nella quale c’è un sostanziale accordo sul prolungamento della legislatura - non rientra nello schema mentale del Colle e la prassi costituzionale non è affatto ignota all'Ufficio per gli Affari giuridici e le Relazioni costituzionali del Quirinale. Lo scioglimento dal punto di vista tecnico è anticipato per evitare quello che viene chiamato «ingorgo istituzionale» (il sovrapporsi del voto con l’elezione del nuovo capo dello Stato) e nella storia recente vi sono due precedenti che, ironia della sorte, riguardano proprio Ciampi. Quando nel 1994 da presidente del Consiglio presentò le dimissioni (respinte da Scalfaro) per consentire il voto anticipato; quando nel 2001, da Presidente della Repubblica, accolse la richiesta del governo Amato di ritardare lo scioglimento delle Camere per arrivare all’approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione. Anticipo e rinvio dunque fanno parte della storia politica di Ciampi.
Berlusconi confida in un accordo con il Quirinale, l’opposizione sparerà tutto il suo arsenale cercando di far passare l’idea che la sortita del premier non ha alcuna legittimità e così «si scassano le istituzioni». Si tratta di una reazione pavloviana della sinistra che trova nella storia italiana ampia prova. Nel 1953, in piena bagarre parlamentare sulla discussione della «legge truffa» (che truffa non era), si presentò per la prima volta il problema del chi è il vero titolare del potere di scioglimento. Tutti i quotidiani dell’epoca, anche quelli della sinistra, erano concordi nell’attribuire al governo il potere di scioglimento. Su La Stampa del 1° aprile 1953 si poteva leggere: «Il più grave errore delle sinistre: avere tentato di intimidire il Presidente della Repubblica con i richiami alle sue responsabilità». Sull’Unità del 2 aprile 1953 si dice che «il governo è deciso a sciogliere il Senato dopo averne manomesso leggi e potere». Il governo, non il Presidente della Repubblica. Il Corriere della Sera del 3 aprile spiegava che «Einaudi sarebbe favorevole allo scioglimento del Senato». Il Messaggero del 4 aprile titolava: «Lo scioglimento del Senato sarà proposto questa mattina al Presidente della Repubblica». Si potrebbe andare avanti ancora molte righe in questo flashback di rassegna stampa, ciò che emerge chiaramente è che nessuno metteva in dubbio che il presidente del Consiglio avesse il potere di proporre lo scioglimento nella data che riteneva più opportuna.
Alcide De Gasperi voleva lo scioglimento e ne rivendicava la responsabilità, il presidente Luigi Einaudi era d’accordo, i comunisti suonavano la grancassa della «legge truffa». De Gasperi era titolare di un governo forte, Einaudi era un presidente che non cedeva ai girotondi dell’epoca. Il fallimento della «legge truffa» (che truffa non era) con il mancato premio di maggioranza, creò però un fantasma che ancor oggi si aggira nelle stanze della politica. Dopo il 1953 governi deboli e anemici, non rivendicarono più la titolarità effettiva del potere di scioglimento. Ieri la grancassa della sinistra è tornata a suonare la stessa musica di allora, intonando il ritornello della «rottura della democrazia» e mettendo in scena il Prodi con la stella di latta che parla di «Far West». Per l’opposizione le lancette dell’orologio sono tornate al 1953, la storia si ripete, ma nella partita in corso tra Quirinale e Palazzo Chigi, il governo Berlusconi potrebbe riprendersi (forse) quel potere al quale tutti i suoi predecessori avevano rinunciato.