Einaudi, quel tocco magico che piace all’inclito e al colto

Sulle prodezze sonore di Ludovico Einaudi s’è già detto tutto.I suoi suoni circolari - come ama definirli - sono un marchio doc della musica pianistica moderna. Minimalismo e lirismo, classica e jazz e (dal nuovo album Divenire) quel pizzico d’elettronica che non guasta. Come spiegare lo strepitoso successo di Einaudi, dalla hit parade italiana e inglese ai nobili teatri di mezzo mondo (Scala e Bolshoi compresi?). Per cercare di spiegarlo ho portato con me, al suo recital di martedì agli Arcimboldi, una persona che non ama la musica, che ascolta soltanto qualche canzonetta alla radio e che odia i suoni classici e dintorni. Einaudi sale sul palco, affiancato da sei archi (una versione ridotta dell’orchestra che lo accompagna in Divenire) e inanella i suoi piccoli quadri. Parte con l’incantatoria grazia melodica di..., poi sprigiona la semplicità e al tempo stesso i toni marziali della corale Divenire prima di baloccarsi in duo con i (parsimoniosi) giochi elettronici di Knopp. Grande eleganza senza concessioni narcisistiche, echi lisztiani e colori pop. Dopo un quarto d’ora la persona al mio fianco dice: «Che bello, che raffinatezza, è elegante, diverso da tutti gli altri». Ecco la (non) spiegazione della popolarità dell’artista.