Einstein, un genio che soffriva di amnesie

«Per lui l’istinto era più importante della razionalità»

«La più grande mente del ventesimo secolo». «Il più importante scienziato dai tempi di Newton». Così viene spesso definito Albert Einstein. E in suo onore le Nazioni Unite hanno proclamato il 2005 «anno mondiale della fisica». Cento anni fa, infatti, Einstein rendeva nota la sua teoria della relatività e altri suoi studi che hanno cambiato il nostro modo di vedere il mondo. Molti hanno cercato di analizzare il suo metodo di lavoro, i suoi processi mentali, per cercare di capire meglio la sua genialità.
Ci fu addirittura chi si mise a studiare il suo cervello, asportato nel corso di un'autopsia e conservato per oltre quarant'anni: nel 1999 alcuni neuroscienziati della McMaster University in Ontario, dopo averlo analizzato, dissero che il lobo parietale (la regione associata alle relazioni matematiche e spaziali), era più grande del 15 per cento rispetto alla norma.
Ci piace pensare che non basti questa percentuale a spiegare la sua grandezza. La grandezza di un impiegato dell'ufficio brevetti della città svizzera di Berna, allora completamente estraneo al mondo accademico, che nel 1905, alla giovane età di 26 anni, pubblicò cinque articoli sugli Annalen der Physik: tre aprirono branche nuove della fisica; uno di questi, dedicato all'effetto fotoelettrico, fu menzionato nella motivazione con cui nel 1922 fu conferito ad Einstein il Premio Nobel.
Lui stesso non amava definirsi un genio. «Sono soltanto un curioso» ripeteva spesso. La curiosità sfrenata, secondo tutti i biografi, fu in effetti una caratteristica saliente della sua personalità: si racconta che all'età di quattro anni un brutto raffreddore lo costrinse a letto.
Il padre, perché non si annoiasse, gli regalò una bussola. Osservando l'ago puntato verso nord, il piccolo Einstein iniziò a porsi tante domande. Quelle stesse che avrebbe continuato a porsi per tutta la vita e che alla maggior parte dei comuni mortali non sarebbero mai venute in mente. Per esempio: «Che cosa vedrei se cavalcassi il mondo su un raggio di luce?». Domande a cui cercava di rispondere usando carta, matita e il suo prodigioso cervello.
Ma la curiosità da sola non sarebbe bastata, se non si fosse accompagnata a una capacità incredibile di concentrazione. Einstein era in grado di concentrarsi su un problema per ore, settimane, anni. Senza annoiarsi, senza mollare. Pare che una volta abbia detto a un suo collaboratore: «Dio è inesorabile nel modo in cui ha distribuito i suoi doni. A me ha dato l'ostinazione di un mulo, e nient'altro, dico sul serio».
Questa tenacia, questa forza di volontà non lo abbandonarono mai, neppure nell'ultimo periodo della sua vita, quando, nel tentativo di elaborare una nuova teoria che unificasse tutte le forze della natura, stanco, malato e isolato dalla comunità scientifica, trascorse intere giornate a letto, riempiendo di calcoli fogli e fogli.
Anche se poi, in realtà, pare che Einstein non fosse così bravo a fare calcoli. Lui stesso si lamentava di avere una cattiva memoria, indispensabile per risolvere operazioni matematiche complesse. Ai risultati arrivava lo stesso, ma grazie all'istinto straordinario di cui era dotato. Come ci spiega Jeremy Bernstein nel bel testo Einstein (ed. Il Mulino), il fisico cercò più volte di descrivere quelli che riteneva gli aspetti più interessanti dei suoi processi mentali.
In queste descrizioni ricorre il ruolo preponderante delle immagini visive, delle figure, rispetto alle parole: «Che cos'è precisamente il “pensiero”? Quando, sotto lo stimolo di impressioni sensoriali, affiorano alla memoria certe immagini, questo non è ancora “pensiero”. E quando queste immagini formano un insieme di successioni in cui ciascun termine ne richiama un altro, nemmeno questo è ancora “pensiero”. Ma quando una certa immagine ricorre in molte di queste successioni, allora essa diventa un elemento ordinatore, poiché collega tra loro successioni che di per sé non sarebbero collegate».
«Un elemento simile diventa uno strumento, un concetto. Io ritengo che il passaggio dalla libera associazione, o “sogno”, al pensiero sia caratterizzato dalla funzione più o meno dominante che assume in quest'ultimo il “concetto”. Non è affatto necessario che un concetto sia connesso con un segno riproducibile e riconoscibile con i sensi (una parola); ma quando ciò accade, il pensiero diventa comunicabile».