Einstein, ovvero l’universo in una stanza

«La ragazza e il professore» di Jean-Claude Carrière spiega i misteri del cosmo

Nel 1905 una rivista tedesca pubblicava alcuni articoli in cui venivano riscritti i fondamenti della fisica: lo spazio e il tempo si fondevano nello spazio-tempo, l’assoluto cedeva il posto alla relatività, l’energia era equiparata alla materia secondo l’equazione E = mc² (destinata a divenire celebre e a restare misteriosa) che della velocità della luce faceva una costante. Sull’autore di quegli articoli, Albert Einstein, sono stati pubblicati moltissimi libri, tanto che La ragazza e il professore di Jean-Claude Carrière (Rizzoli, pagg. 154, euro 14,50) sembrerebbe solamente l’ultimo arrivato, a malapena degno di un rapido sguardo.
Non è così. E non tanto per la struttura narrativa gradevole, a tratti divertente (una ragazza di oggi «fora» lo spazio-tempo e si trova nello studio del genio dopo aver superato una sala d’aspetto in cui incrocia Isaac Newton, impaziente di confutare la teoria della relatività). E neppure perché Carrière è lo scrittore di talento che con Peter Brook ha tradotto il poema epico Mahabharata in una meravigliosa opera per il teatro e poi per il cinema. Il libro indaga abilmente la vita di Einstein, con i tormenti pubblici dello scienziato (vide quanta energia era intrappolata nel minuscolo cuore della materia prefigurando le armi nucleari) e le lacerazioni private dell’uomo geniale e incostante (il fallimento del matrimonio, il destino infelice dei figli) mentre gli ostici concetti della fisica relativistica e quantistica talvolta si chiariscono, talvolta rimangono oscuri. Tuttavia, pur essendo una sfida intellettuale per il profano, il libro non si inceppa mai. Ma il suo valore sta altrove. Nel rammentarci l’illusione esistenziale di cui la gran parte degli uomini è vittima.
Dovremmo tenere a mente - e l’Einstein di Carrière insiste su questo tema - che tutto intorno a noi è in costante moto, che la terra si muove con il sistema solare e la nostra galassia, che tutte le galassie sono in movimento, e così l’universo stesso, in continua espansione dalla notte dei tempi e dal primo botto cosmico, il Big Bang. Che effetto fa pensare che la terra sotto i nostri piedi ha una velocità di rotazione attorno al sole di 29,8 chilometri al secondo? Che seduti alle nostre scrivanie siamo come razzi sparati fra stelle e pianeti? Eppure l’uomo si ostina a giudicare sulla base di ciò che vede (o crede di vedere). Prigionieri dei sensi, ogni cosa potrebbe risultare un inganno: la stella di cui si scorge la luce nel cielo magari è spenta e morta da tempo, mentre la persona che osserviamo grazie alla luce che riflette non è più la stessa: nel tempo che i fotoni impiegano per la raggiungere la retina, l’oggetto osservato è già mutato. E che dire delle dimensioni dell’universo? Una bolla in espansione con un diametro apparente di 28 miliardi di anni luce, forse solo uno fra i tanti universi paralleli, celati ai nostri occhi e a nostri cervelli.
La terra con tutti i suoi conflitti, tragedie e stupidità viene ridotta a una frazione di capocchia di spillo, mentre i terrestri abitano quel niente credendosi la cuspide dell’evoluzione cosmica. Dal punto di vista filosofico le scoperte della fisica, le intuizioni di Einstein - e quelle di Bohr, Shrodinger, Heisenberg - non hanno ancora prodotto un nuovo pensiero. Se fossimo veramente consci di ciò che siamo e del teatro di periferia in cui ci muoviamo come minuscole maschere, ancora la terra sarebbe ciò che, desolatamente, è? Una domanda a cui Einstein forse rispose nel 1951, il giorno del suo settantaduesimo compleanno: a un fotografo che insisteva per ritrarlo mostrò la lingua. Un’immagine che ha girato il Ventesimo secolo divenendone un simbolo e che ancora oggi parla a chi ha occhi e orecchie disponibili ad ascoltare il silenzio.