«El Papito», il nuovo Miguel A Madrid la sua corrida pop

In ventimila lo hanno applaudito nella Plaza de Toros dove suo padre visse i trionfi da torero. A dicembre concerti in Italia: «Da voi mi manca una festa così ma recupererò a dicembre»

nostro inviato a Madrid

Finisce così, avvolto da un accappatoio blu sui gradini del camerino; finisce così, stravolto, mentre là fuori c’è ancora il pubblico che ansima dopo due ore e mezzo di corrida pop a testa bassa e braccia alzate, ballando e ballando, perché sul palco c’era il ragazzo di casa, Miguel Bosè, e l’atmosfera era quella della festa gioiosa ed elegante, appena arruffata dal vento e dalla nostalgia. Quando è arrivato qui, sul suo palco nella Plaza de Toros, Miguel, o meglio Papito come da sempre lo chiamano a casa, ha respirato l’odore della sabbia, perché c’è la sabbia alta un dito sul fondo della plaza, e respirato la puzza dei tori che qui vengono a farsi matare sperando di matarli loro, quei maledetti picadores vestiti di colori.
E allora, passando sotto la puerta de caballos che si apre davanti al pubblico, anche lui si è sentito a casa visto che proprio qui suo padre è diventato Dominguin il re dei toreri, se ne arrivava con i cappellacci a tese larghe e le giacche nere, si cambiava proprio dove s’è cambiato Miguel e poi entrava a sfidare i boati che erano forti come quelli che tra le luci blu lo hanno accolto l’altra sera mentre le tastiere tornavano indietro agli anni Settanta, facendo gli stessi ghirigori che accompagnavano la chitarra di Santana.
Olè.
Signore e signori, è il rinascimento di Miguel Bosè, il George Michael del pop latino alla sua seconda giovinezza perché qualcuno, come la brillante Carosello italiana, ha creduto in lui pubblicando uno dei ciddì più belli dell’anno, Papito, collezione di duetti che sta a metà tra leggerezza e danza, tra il vecchio Bosè, spesso didascalico e vaporoso, e quello di oggi, concreto e accipicchia quanto ispirato. Subito un medley di Sereno, Duende e Nena perché sono trent’anni che fa musica e mica è facile scegliere dentro il proprio passato.
D’altronde persino il palco è l’immagine simbolica di una puerta, stavolta non dei caballeros ma dell’anima: sullo sfondo c’è un incrocio geometrico di tubi che è una sorta di gabbia da cui finalmente uscire e volar via verso la rinascita. Lui, per sentirsi torero, è vestito di nero fino agli stivali, una giacca gli squadra le spalle, accentua la tensione del volto e chissà chi è più teso tra lui e i ventimila che lo aspettano fino a Bambù (sul cd è cantata con Ricky Martin atteso qui fino all’ultimo) prima di sciogliersi e dondolarsi sul basso di Sevilla (lui tira fuori persino un ventaglio flamenco) e correre sul tappeto orchestrale di Mirarte o su quello dolce e sgarzolino di Partisano. Certo, anche qui ci sono i duetti: tanto per cominciare Este mundo va con Leonor, poi Los chicos no lloran con Rafa Sanchez biancovesito e soprattutto Como un lobo con sua cugina Bimba Bosè, vestita come una Paloma Picasso ma con un tatuaggio rosso sul seno destro che è il simbolo di questa famiglia benedetta dal sangue, dal talento, dagli incroci perversi e vitali di cuore e idee e amori. Quando si muove sul palco, Miguel Bosè è il ballerino che ha studiato con Lindsay Kemp poi ha preferito cantare Super superman (qui trionfale) e diventare la faccia maudit del dandismo anni Ottanta e poi il personaggio che il suo amico Pedro Almodóvar non è mai riuscito a infilare così perfetto in un suo copione.
Sarà per questo che durante Si tu no vuelves, che è il singolo del momento, lui saluta l’Italia che della gabbia è stato uno dei lati scintillanti e punitivi della sua carriera, prima inzuccherata e poi sciolta nel nulla. «Una festa come quella di stasera - dice lui appena fuori dai camerini - la vorrei anche in Italia, dove c’è un vuoto che recupereremo magari con i concerti di dicembre». Quando arriverà, avrà fatto un altro giro del mondo per ritrovarsi, un po’ torero un po’ ragazzino, a passare da un’altra puerta de los caballos mentre là fuori la gente festeggia la sua rinascita.