E.L. WALLANT Quando il ricordo è uno strozzino

Da sessant’anni per gli ebrei il peccato originale è stato sostituito da un delitto così reale nella sua burocratica contabilità (sei milioni di morti) da imporsi definitivamente come la prova che esiste - tra noi, in noi - il male assoluto. Per i cattolici, Gesù morì sulla Croce per redimerci dall’atto di superbia commesso dai nostri lontani progenitori. Nessun Dio, per contro, ci ha redento dal peccato commesso nei campi di concentramento. Le generazioni si allontanano dal momento dell’Olocausto e i negazionisti allignano nei vuoti di memoria e nell’indifferenza.
Per tutti gli scrittori ebrei ricordare la Shoah è questione di sopravvivenza: prima o poi arriva il momento in cui farci i conti. Nel 1969 Saul Bellow pubblica Il pianeta di Mr. Sammler, in cui il protagonista è un vecchio intellettuale che durante la seconda guerra mondiale, sotto la minaccia delle armi, aveva fatto il salto atterrando su un mucchio di cadaveri e, semisepolto da altri corpi, aveva udito il rumore dei mitra e il suono delle pale che ricoprivano la buca. Poi... «s’era scavato, a forza di unghie, la strada per uscirne». «Non c’era alcun merito speciale, non c’era alcuna magia». Scampato così ai nazisti, Sammler avrebbe avuto di lì a poco la straordinaria opportunità di uccidere a pistolettate un militare tedesco. Opportunità che sfrutta; decisione che per tutta la vita non riuscirà mai a pentirsi di aver preso. Ne Lo scrittore fantasma di Philip Roth, invece, il giovane romanziere Nathan Zuckerman fa visita al suo maestro E.I. Lonoff e scopre che la misteriosa ragazza con cui abita e che dice di chiamarsi Amy Bellette altri non è che Anna Frank, sopravvissuta all’Olocausto e rifugiatasi in America.
Il tema del sopravvissuto sembra il più adatto a raccontare il «nuovo peccato originale». Scrive Primo Levi in una prefazione a La tregua: «Il Lager si dilata ad un significato universale, è divenuto il simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte, a cui nessuno si sottrae. Esistono remissioni, “tregue”, come nella vita del campo l’inquieto riposo notturno; e la stessa vita umana è una tregua, una proroga; ma sono intervalli brevi, e presto interrotti dal “comando dell’alba”, temuto ma non inatteso».
C’è un romanzo, fra tutti gli altri, che forse ha saputo tradurre perfettamente la terribile allegoria di Levi. Si tratta de L’uomo del banco dei pegni di Edward Lewis Wallant (finalmente riedito in Italia in questi giorni da Baldini Castoldi Dalai, pagg. 318, euro 17). Sol Nazerman, così come Arthur Sammler, è un reduce dei campi di sterminio che fa di tutto per starci antipatico. Il personaggio di Bellow è razzista, misogino e non sa perdonare il mondo per ciò che il mondo gli ha inflitto. Similmente Nazerman vive alla lettera il significato della parola Shoah, che significa «distruzione» ma anche «desolazione». L’orrore che ha provato lo ha inaridito: rifiuta ogni contatto umano, vive chiuso in se stesso e pratica con cinismo il suo mestiere; ha un banco di pegni ad Harlem che gestisce come un usuraio e avverte «un perverso piacere al sentirsi affine a tutti i secoli di Shylock untuosi e deferenti. Sì, lui, Sol Nazerman esercitava l’antica professione tanto disprezzata; e sopravviveva!».
Quando è dietro il banco dei pegni e «prova un pallido conforto al solo toccare e spostare un poco i vari oggetti», Nazerman riesce quasi ad essere vivo. Ma è solo una tregua: i fantasmi del ricordo tornano a perseguitarlo; di notte sogna reticolati contorti e rugginosi, una torretta di legno, il pesante scalpiccio degli stivali, l’odore di carne bruciata, il fumo dei corpi, «fuggevole, untuoso». Quando giunge il mattino, il vecchio usuraio capisce di aver sentito il «comando dell’alba»: quel Wstawac che in polacco significa «alzarsi». È una voce, dirà Primo Levi, «che invita alla morte, ed è sommessa perché la morte è iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile, irresistibile; allo stesso modo nessuno avrebbe potuto pensare di opporsi al comando del risveglio, nelle gelide albe di Auschwitz».
Quando uscì, L’uomo del banco dei pegni ebbe successo e nel 1964 diventò un film per la regia di Sidney Lumet. Wallant era già morto. Lavorava come art director in un’agenzia di pubblicità e a 34 anni aveva debuttato con il romanzo The human season. L’anno successivo, nel 1961, era stata la volta del suo best-seller. Sette mesi dopo un aneurisma lo stroncava. Avrebbe potuto dare filo da torcere a Bellow e a Roth. E invece, dopo che negli anni Sessanta furono pubblicati due suoi romanzi postumi (The tenants of Moonbloom e The childern at the gate), tutti lo dimenticarono, fino a quando nel 2003 The Tenants of Moonbloom riemerse dall’oblio con un’entusiastica prefazione di Dave Eggers. Ora tocca a L’uomo del banco dei pegni. Sarebbe bello che i lettori concedessero almeno una tregua postuma a questo grandissimo, sfortunatissimo scrittore.