Eldar, un 18enne punta al trono del piano jazz

Antonio Lodetti

È un ragazzino un po’ impacciato e dalla faccia rubizza, ma quando siede al pianoforte è un vero fenomeno. Un virtuoso senza pari, che la rivista americana Jazziz ha già definito «un giovane Art Tatum». Esagerazioni? Iperboli? Viene dall’ex Urss, dal Kyrgyzistan, ha 18 anni, vive a Kansas City, si chiama Eldar Djangirov, in arte solo Eldar, e con il primo cd - che porta semplicemente il suo nome - è già entrato dalla porta principale nel mondo del jazz che conta. Tra un paio di mesi uscirà il suo secondo cd, registrato dal vivo al Blue Note di New York, ma il pubblico italiano ha potuto gustare il suo nobile e fantasioso tocco in un concerto toccata e fuga al Blue Note di Milano. Eldar dà spettacolo senza puntare (gran segno di maturità) solo sul virtuosismo fine a se stesso (anche se il traditional Sweet Georgia Brown ha un attacco da far girare la testa). Le dita volano sulla tastiera tra torsioni e flessioni della melodia e del ritmo sposando le sue radici classiche con la filologia sonora afroamericana. Così affronta con sfrontatezza e respiro moderno Take The A Train di Duke Ellington o Round Midnight di Thelonius Monk dimostrando il suo estro e la sua vivacità. Rilegge i classici ma compone con stile (Point of View) dialogando alla grande sul palco con gli eleganti ritmi di Marco Panascia al contrabbasso e al basso elettrico e Michael Todd Strait alla batteria (nel cd ci sono ospiti come Michael Brecker e John Patitucci). Eldar ha una marcia in più e, se si lascerà andare del tutto concedendo meno alla tecnica e un po’ di più all’emozionalità, ai colori, alla passione darà filo da torcere a tutti i grandi della tastiera.