ELENA CROCI La signora tenente che va in guerra per amore dell’arte

«La Triennale è il luogo che meglio rappresenta la nostra città oggi: rivolto al futuro e insieme riposante»

Quando si indossa la divisa una volta, poi la si sente addosso per tutta la vita: nessuno lo sa meglio di Elena Croci, la trentacinquenne milanese che per amore della cultura e dell’arte ha frequentato la scuola di guerra, è diventata ufficiale a vita per lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano e ha vestito per tre mesi i panni del tenente in Afghanistan. Oggi tutti la vogliono vedere vestita da soldato, perché il progetto di cui si è occupata per l’Esercito ha lasciato i media stupefatti: «Il mio contributo alla comunicazione culturale dell’Esercito sorprende, perché nessuno parla mai di quanto l’Italia abbia fatto nei luoghi di guerra per restituire ai Paesi una memoria storica», racconta. Ci riceve nelle splendide sale di palazzo Radetzky, dove oggi si trova la società che dirige e tre secoli fa erano insediati alcuni uffici-appartamenti del maresciallo. Elena lavora circondata da mappe della storia d’Italia e affreschi del 1700, appena un piano sotto alle soffitte che offrirono rifugio alle vergini spagnole, protette dalla vicinissima chiesa di San Nicolao. Impossibile evitare di pensare a un segno del destino: il palazzo di Radetzky significa l’esercito, la storia d’Italia, l’arte. Il mondo di Elena, insomma.
Preferisce che la chiami tenente o dottoressa?
«Dirigo una società che si occupa di comunicazione culturale per le aziende e sposa il mondo dell’arte con quello della finanza. Questo è il mio lavoro. È capitato e potrà capitare in seguito che l’Esercito si avvalga della mia collaborazione, ma io mi sento prima di tutto una professionista milanese con competenze specifiche».
Quanto conta e ha contato Milano nello sviluppo dei suoi interessi e della sua professione?
«È fondamentale. Sono di famiglia milanesissima, da più generazioni, una famiglia di collezionisti del periodo del’'800, che mi ha inoculato la passione per l’arte. Gli anni di studio che ho passato alla Sorbona e i trasferimenti professionali mi sono costati perché sento che questa è la mia città e il suo spirito dinamico mi appartiene profondamente. Non potrei mai vivere a Roma o a Venezia, anche se sono città d’arte. Tutto fuori da Milano sembra immobile».
A Milano invece che cosa le è successo?
«È a Milano che è nata la mia idea di sviluppare la materia del marketing territoriale, che insegno ad un master all'Università Cattolica e per cui sono stata chiamata tre anni fa dal ministero della Difesa. Ed è il Museo della Permanente di questa città, dove è nato il Futurismo, dove la Sarfatti ha incontrato Marinetti, dove si è fatto un pezzo di storia d’Italia, che ha visto gli inizi della mia passione per la comunicazione culturale. E appena posso faccio qualcosa a Milano e per Milano: in occasione della festa dell’Esercito, ad esempio, ho fatto riaprire Palazzo Cusani, sede della Nato, dove è di casa il generale Del Vecchio, ormai un nome noto poiché è stato a capo della difesa a livello Nato in Afghanistan, nello stesso periodo in cui anch’io ero là. Non credo che altrove avrei potuto dare vita a questi progetti».
Come è diventata tenente?
«Tutto nasce dalla Legge Marconi, del 1934, per impedire la “fuga dei cervelli” negli Stati Uniti, nata ad hoc per Marconi, per il quale venne creato un incarico di ufficiale a vita. Quella legge è stata applicata anche a me, così come, da quando è stata abolita la leva, viene applicata ad un numero sempre maggiore di specialisti, come ingegneri, medici, architetti che possano operare per l’Esercito a costi ridotti. Sono entrata a far parte di una riserva selezionata, ho fatto la scuola di guerra a Torino, ho imparato a sparare, ho fatto il giuramento e per decreto del presidente della Repubblica sono diventata ufficiale a vita».
Che significa?
«Svolgo la mia professione e quando l’Esercito ha bisogno del mio know how vengo “richiamata”. Come tenente, certo non come direttore di Sleipner Communication. Questo però mi permette di addentrarmi in un mondo sconosciuto, avere accesso a materiale inedito e svolgere una forma di servizio a beneficio del territorio e del mio Paese. Ma quel che più mi interessa è poter costruire per l’Esercito una modalità di comunicazione dei meriti a livello culturale, come il progetto per la città di Herat, raccontato nel volume fotografico di cui mi sono occupata durante i miei tre mesi in Afghanistan».
Oggi, lei che si occupa di comunicazione, che simbolo sceglierebbe per questa città?
«Amo il periodo architettonico littorio. La Triennale è il luogo che, secondo me, oggi rappresenta meglio questa città: rivolto al futuro e insieme riposante. Dinamico e affidabile. Proprio come Milano».