Elezioni, ecco per chi fa il tifo la Chiesa

La Cei vuole che lo scudocrociato affianchi il logo del Pdl per non disperdere i voti dei cattolici. Freddezza verso la Rosa bianca

Città del Vaticano - Come guarda la Cei alle prossime elezioni? Quali sono le preoccupazioni dei vescovi per l’evolversi della situazione politica del nostro Paese? Le dichiarazioni al Tg1 del direttore di Avvenire, Dino Boffo, sull’importanza per l’Udc di mantenere la propria identità e il proprio simbolo sono state accolte con un certo nervosismo nel mondo politico e mediatico italiano. Qual è dunque il significato dell’intervento e del pressing discreto che viene fatto su Berlusconi perché si accordi con Pier Ferdinando Casini? La risposta sta nell’ormai famosa frase del cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma e fino a un anno fa presidente della Cei, che ancora gioca un ruolo significativo accanto al successore, il cardinale Angelo Bagnasco: «Meglio contestati che irrilevanti». La Chiesa ha seguito quanto avvenuto nel Partito democratico, e pur apprezzando la semplificazione dovuta al fondersi di varie realtà partitiche, ha constatato come per i cattolici e per i loro valori vi sia il rischio dell’irrilevanza. Per questo l’invito ai leader del nascente Partito della libertà è quello di trattare e di accogliere l’Udc di Casini con la possibilità per quest’ultimo di mantenere identità e visibilità con un chiaro riferimento ai valori della dottrina sociale.

Questa strategia non significa affatto una mancanza di fiducia nei confronti degli attuali dirigenti del centrodestra, o una presa di distanze dai cattolici che vi militano da tempo. Va letta invece proiettata nel futuro: «Oggi i leader del Partito delle libertà offrono certe garanzie. E domani? Per questo è importante che non solo singole persone, ma anche una precisa formazione lavori in quello schieramento avendo una chiara, precisa e definita identità e proponendosi di incarnare in politica i valori cristiani». Alla Cei non interessa infatti la nascita di una nuova Dc che raccolga al centro i cattolici da entrambi gli schieramenti perché ritiene l’ipotesi impraticabile e destinata a fallire. «Non c’è più una casa unica dei cattolici in politica, che ha servito il Paese in maniera straordinaria, ma verso la quale ora è inutile provare nostalgia o immaginare di ricostruirla - aveva detto nei mesi scorsi il segretario della Cei Giuseppe Betori intervistato dal Giornale -. I cattolici sono impegnati in schieramenti diversi ma devono essere uniti sui riferimenti comuni e sui valori. Oggi molti temi al centro del dibattito politico riguardano l’inizio e la fine della vita umana, e toccano direttamente la dimensione della fede. Forse oggi è più difficile essere politici cattolici, c’è una responsabilità maggiore in rapporto ai valori fondamentali».

L’epoca del partito unico dei cattolici appare dunque archiviata. E proprio per questo c’è freddezza verso il tentativo di Pezzotta, Tabacci e Baccini, al di là dell’apprezzamento per le persone, perché la loro Rosa bianca rischia di frammentare ancor di più il voto cattolico. La stessa freddezza a suo tempo manifestata per l’analogo tentativo di Sergio D’Antoni. Allo stesso modo si prendono apertamente le distanze dall’idea di trasformare in una lista politica l’iniziativa della moratoria di Ferrara contro l’aborto, definita domenica in un editoriale di Avvenire come una «grande provocazione alla ragione» che non deve diventare «schieramento partitico».

La medaglia dell’invito a Berlusconi perché non rinunci all’Udc ha però anche un’altra faccia: quella dell’invito a Casini perché non corra da solo, perché non esca dallo schieramento di centrodestra. C’è dunque, da parte delle gerarchie ecclesiastiche del nostro Paese, uno sguardo attento e positivo verso la semplificazione in atto - quella dell’ultimo governo Prodi, in più occasioni ostaggio di minoranze poco omogenee è un’esperienza da non ripetere - e un auspicio che in futuro vi possano essere esecutivi più stabili, in grado di governare e di realizzare un programma. Al tempo stesso, si percepisce la preoccupazione che queste dinamiche di semplificazione e di unificazione finiscano per rendere irrilevante la componente cattolica e i suoi valori di riferimento. La Chiesa non vuol perseguire «un disegno egemonico», ha ripetuto il cardinale Bagnasco nella prolusione all’ultimo Consiglio permanente della Cei, ma è preoccupata che sui temi moralmente più impegnativi, riguardanti le grandi questioni antropologiche, i cattolici possano «assecondare nelle decisioni una logica meramente politica, ossequiente cioè le strategie o le convenienze dei singoli partiti» e non il riferimento ai valori cristiani. Quanto alla principale richiesta della Chiesa al nuovo esecutivo, si conosce già: politiche concrete e fattive per aiutare le famiglie.