Le elezioni in Iran e la sconfitta della democrazia

Massimo Introvigne

Chiunque vinca il ballottaggio, in Iran nelle elezioni presidenziali avrà perso la democrazia. Ahmadinejad è la longa manus degli ayatollah ultra-fondamentalisti, ma anche il «moderato» Rafsanjani difese la corsa al nucleare iraniana affermando che presto o tardi occorrerà distruggere Israele con la bomba atomica.
Le elezioni presidenziali in Iran seguono di qualche settimana la traduzione in italiano di Etica, religione e Stato liberale, trascrizione del dialogo che nel 2004 vide protagonisti a Monaco il cardinale e futuro Papa Joseph Ratzinger e Jürgen Habermas, uno dei maggiori filosofi viventi. Gran parte del confronto ruota su un aneddoto raccontato da Habermas. Invitato a Teheran, il filosofo tedesco si sente dire da un collega locale che la vera stranezza da spiegare ai popoli del mondo non è la teocrazia iraniana, ma la democrazia europea, che rifiuta esplicitamente di fondarsi su quei valori religiosi che invece la maggioranza dell’umanità - America compresa, ma Europa esclusa - mette a fondamento del vivere civile. Forse senza saperlo, l’interlocutore iraniano di Habermas citava quasi letteralmente il sociologo Peter Berger, che - rinnegando le sue precedenti teorie sull’inevitabile diffusione universale della secolarizzazione - scriveva qualche anno prima che l’eccezione a un ritorno mondiale dei valori religiosi sulla scena politica non era l’Iran degli ayatollah ma l’Europa Occidentale.
Secondo Habermas l’iraniano aveva torto. Perché i valori della democrazia non si riferiscono al contenuto delle scelte ma alla procedura («una persona, un voto») per scegliere, e sono quindi universali. Il cardinale Ratzinger aveva più dubbi. Definiva «l’interrogativo del collega di Teheran di qualche peso» e si chiedeva «se la secolarizzazione europea non sia l’anomalia che richieda una correzione», dal momento che le ideologie che hanno chiuso la porta della vita sociale alla religione hanno disseminato l’Europa di lutti e rovine. Ma aggiungeva pure che la «correzione» non può consistere semplicemente nel tornare al primato della religione nella vita pubblica, perché - come proprio l’ultra-fondamentalismo islamico dimostra - «vi sono nella religione patologie estremamente pericolose».
La religione, secondo il futuro Papa, deve «considerare la ragione come organo di controllo», «farsi purificare e ordinare continuamente» dal confronto con la razionalità e - perché no? - anche dal dialogo con la filosofia moderna. Questo, sembra di capire, manca troppo spesso ancora oggi all’islam. Da qui, secondo Ratzinger, un primato di diritto dell’Occidente, dove si è affermato un modello in effetti «universale» di dialogo fra religione e ragione. Ma questo primato di diritto non è un primato di fatto, in quanto i valori dell’Occidente non sono né accolti né compresi da gran parte dell’umanità.
Il primato dell’Occidente non può allora diventare sterile disprezzo delle altre culture, ma tentativo di «coinvolgerle» in un’affermazione globale della «complementarietà tra ragione e fede», che - a differenza del laicismo che rifiuta la fede e del fondamentalismo degli ayatollah che rifiuta la ragione - può essere l’unica garanzia di un rispetto universale di quei «valori e norme essenziali» che forse l’espressione «diritti umani» non rappresenta più in modo adeguato. Discutere con Teheran significa allora porre all’islam, prima ancora della domanda sulla democrazia, il quesito fondamentale sul rapporto fra religione e ragione.