Le elezioni a Kiev

«Sarà come scegliere tra la peste e l'Aids», aveva detto del ballottaggio tra Viktor Yanukovic e Yulia Timoshenko la direttrice del maggiore settimanale di Kiev, Yulia Mostovaya. Ebbene - secondo tutti e cinque gli exit poll - ieri gli elettori ucraini hanno votato per la peste, portando alla presidenza della Repubblica quello stesso ottuso burocrate filorusso che aveva vinto con i brogli le elezioni del 2004 ed era poi stato spodestato dalla famosa «rivoluzione arancione», che aveva destato grandi speranze in tutto il Paese e destato una eco enorme anche in Occidente. Ma Viktor Yushchenko, l'uomo cui la gente si era affidata allora credendo alla sua promessa di rinnovare il Paese, ha talmente deluso le aspettative che al primo turno ha ottenuto solo il 5% dei suffragi; e la sua alleata di allora, la bionda pasionaria Yulia Timoshenko, già definita un incrocio tra Evita Peron e Margaret Thatcher, dopo un fallimentare triennio da primo ministro non è riuscita a convincere l'elettorato di essere la salvatrice della patria. Ma, indipendentemente dal risultato, tutti i cittadini sono in preda a una specie di rigetto per la politica, tanto che dall'ultimo sondaggio risulta che ben 81 su cento ritengono che l'Ucraina sia sulla strada sbagliata.
Come ci si aspettava, Yanukovic deve il suo successo al voto delle province orientali e meridionali, russofone e più industrializzate, dove l'affluenza alle urne è stata nettamente superiore a quella della parte occidentale del Paese, che guarda più a Bruxelles che a Mosca e spera di entrare un giorno nell’Ue, ma ha sofferto di più della recessione che in un solo anno ha fatto regredire il Pil del 15%. Comunque, per quanto il distacco tra i due candidati negli exit poll vari tra il 3,5 e il 6 per cento, i risultati non possono ancora essere considerati definitivi, perché la Timoshenko ha già annunciato che non riconosce i risultati di almeno mille sezioni da cui sono stati esclusi i suoi rappresentanti di lista e intende ricorrere ai tribunali.
Con la scelta di ieri, l'Ucraina ha fatto un passo indietro sulla strada dell'occidentalizzazione e dell'avvicinamento alla Nato, anche se Yanukovic ha cercato, durante la campagna elettorale, di liberarsi dell'etichetta di uomo di Putin. Egli eredita uno Stato allo sbando, che è stato salvato dal default da un generoso intervento del Fondo monetario internazionale, ma che ha un deficit di bilancio del 12% del Pil, a primavera non avrà più i soldi per pagare stipendi e pensioni ed è quasi in fondo alla classifica mondiale delle libertà economiche. La Timoshenko ha aumentato a dismisura la spesa pubblica, ma non è riuscita né a ridurre la corruzione, né a migliorare i servizi sociali, né a sottrarre il controllo dell'economia a un pugno di oligarchi. Per evitare la bancarotta, Yanukovic dovrebbe ora adottare provvedimenti draconiani, come l'aumento del prezzo del metano e un taglio allo stipendio dei dipendenti pubblici, ma non sembra avere né la capacità, né i collaboratori necessari per la bisogna.
Molti osservatori temono che finisca con il chiedere l'aiuto della Russia, che (nei limiti delle sue possibilità) sarebbe ben lieta di fornirglielo in cambio di un graduale ritorno dell'Ucraina nella sua sfera d'influenza. In ogni caso, il fallimento del sogno «arancione», che aveva contagiato anche altri Paesi dell'ex Unione Sovietica, finirà con l'influenzare l'evoluzione politica anche fuori dai confini dell'Ucraina: e, purtroppo, non nella direzione auspicata.